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3 mar 2013

Le fondazioni di comunità davanti alla crisi

Davanti alla crisi presente, che è essenzialmente crisi di fiducia, le fondazioni di comunità possono svolgere un ruolo fondamentale che va ben al di là delle donazioni raccolte e dei contributi erogati. Il loro compito non può infatti essere quello di tamponare le falle di un welfare che appare in evidente affanno, ma piuttosto quello di, attraverso la promozione della cultura del dono, ristabilire quei legami comunitari che soli possono ridare speranza ad una società che per liberarsi da ogni legame ha finito per isolare e sradicare l'individuo, rendendolo impotente e totalmente dipendente dall'intervento di sempre più complesse macchine burocratiche che peraltro mostrano tutti i loro limiti.

E' questo il succo dell'intervento che il Segretario di Assifero ha svolto in occasione del convegno svoltosi il 2 marzo a Udine e promosso dall'Assessorato regionale all'istruzione, università, ricerca, famiglia, associzionismo e cooperazione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia in collaborazione con Assif.

13 dic 2012

IL RUOLO DELLA FILANTROPIA IN UN'ITALIA IN CRISI: RISCHI E OPPORTUNITÀ

di Bernardino Casadei per ASSIFERO

Dovrebbe ormai essere a tutti evidente come oggi la sfida più importante sia quella di ricostruire un nuovo welfare e che esso dovrà necessariamente poggiare sulla solidarietà e sulla sussidiarietà. Si tratta di una sfida che non ci viene imposta solo dal senso di giustizia che dovrebbe guidare ogni nostro agire, ma anche dalla consapevolezza di come anche lo sviluppo economico dipenda dalla crescita del privato sociale. È questo un settore, infatti, che non si limita a distribuire ricchezza come alcuni potrebbero pensare, ma che oltre a generare valore che si concretizza nei posti di lavoro che quotidianamente crea, esso può dare un contributo fondamentale nella creazione di quel capitale sociale che, a detta di tutti, è un fattore imprescindibile affinché lo Stato e il mercato possano effettivamente funzionare. Chi crede che il welfare sia un lusso che non ci si può concedere in momenti di crisi è c hiaramente ancorato a delle teorie economiche che la realtà si è da tempo incaricata di smentire.

Naturalmente creare un nuovo welfare non può significare limitarsi ad integrare i tagli dei trasferimenti pubblici con nuove entrate, siano esse il lavoro dei volontari o i contributi della filantropia istituzionale. Una simile illusione oltre a non fare i conti sulle risorse necessariamente insufficienti che questi mondi sono in grado di mobilitare, non ne coglie l'essenza e rischia quindi di inaridire la fonte che è in grado di generarli. Strumentalizzare la generosità o anche subordinarla alle esigenze produttive rischia infatti di distruggerla e gli eventuali risparmi che potranno essere conseguiti nel breve verranno pagati a caro prezzo, come l'involuzione della cooperazione sociale ci insegna.

Creare un nuovo welfare significa dotare la nostra società di istituzioni che favoriscano le relazioni umane, senza le quali la solidarietà e la sussidiarietà non possono manifestarsi ed è questo il vero compito che attende il privato sociale. La pur importante produzione di beni e servizi da parte di questo settore deve essere considerata la conseguenza e non il fine dell'operare degli enti non lucrativi aventi finalità d'utilità sociale. Solo sfruttando la loro naturale propensione a creare legami e a generare fiducia sarà possibile sfruttare pienamente le loro potenzialità e quindi porre le basi per quella coesione sociale che è condizione imprescindibile non solo per la crescita morale e civile, ma anche per quella economica e sociale.

Da queste premesse dovrebbe emergere con chiarezza la necessità da parte degli enti d'erogazione di ripensare radicalmente il proprio ruolo. Se, per lungo tempo, le fondazioni hanno creduto che il loro compito fosse incrementare la produttività degli enti non profit, sperimentare approcci innovativi che altri avrebbero poi dovuto replicare, aumentare le dimensioni operative delle non profit di successo, oggi dobbiamo ammettere che questi approcci hanno dato risultati inferiori alle aspettative. Benché siano stati sostenuti progetti estremamente interessanti, troppo spesso, a livello di sistema, la condizione generale è peggiorata.

Forse un modo più efficace per usare le limitatissime risorse di cui la filantropia istituzionale dispone è quello di farsi catalizzatore delle energie positive presenti nella nostra società, energie però che quest'ultima non è in grado di mobilitare. Se invece di lamentarsi per tutti i problemi che ci affliggono, concentrassimo le nostre energie nel valorizzare le risorse che ci sono, potremmo forse dare un contributo ben più rilevante al miglioramento della qualità della vita delle nostre comunità. Esistono infatti giacimenti enormi di energie rinnovabili che una società che ha pensato di potersi sviluppare solo trasformando i vizi privati in pubbliche virtù lascia inutilizzati e che il privato sociale potrebbe finalmente valorizzare.

Si pensi solo alle donazioni che potrebbero essere mobilitate. Da un lato esistono ingenti patrimoni di famiglie prive di eredi diretti, dall'altro il fatto che il nostro Paese abbia un coefficiente di Gini che misura la disuguaglianza sociale simile a quello degli Stati Uniti indica come vi siano, pur in mezzo alla crisi presente, un numero consistente di persone che, se opportunamente sensibilizzate e coinvolte, hanno sicuramente i mezzi per contribuire al bene comune. Da questo punto di vista il fundraising ha però mostrato tutti i suoi limiti. L'obiettivo non deve essere quello di raccogliere fondi, ma piuttosto quello di aiutare le persone a donare. Si potrebbe pensare che questa sia una distinzione di lana caprina in quanto il risultato finale è comunque una donazione. In realtà nel primo caso la tentazione a strumentalizzare il donatore e a preoccuparsi principalmente dei suoi soldi è forte, mentre nel secondo caso l'obiettivo è ai utare il donante a donare, godendo al massimo di tutti i benefici collegabili a tale atto. Il fatto che due terzi dei donatori che allegano le proprie donazioni alla dichiarazione dei redditi le detraggono benché sarebbe per loro sicuramente più conveniente dedurle, è un indicatore di come l'attenzione nei confronti dei donatori sia ancora molto limitata, tanto da non aiutarli nemmeno a sfruttare al meglio i pur magri benefici fiscali attualmente disponibili.

La diffusione dell'intermediazione filantropica e il ruolo che in essa possono svolgere le fondazioni di comunità e il recente costituito Comitato per il Dono, potranno dotare il nostro Paese di un'infrastruttura sociale in grado di mettersi al servizio dei donatori, permettendo loro di vivere pienamente tutti i benefici collegati alla donazione. Si tratta di trasformare il dono da un costo, un onere, un dovere, una forma di tassazione volontaria, in un'opportunità in grado di dare una risposta convincente ad alcuni dei bisogni fondamentali della persona umana: il bisogno di identità e di dare un senso alla propria esistenza, quello di vivere delle relazioni veramente umane perché non strumentali, quello di sperimentare delle emozioni autentiche in grado di illuminare la propria esistenza. Si tratta di bisogni profondamente radicati nella natura umana e ai quali la società in cui viviamo si limita ad offrire delle illusioni o dei palliativi, mentre tutto coloro che vivono concretamente l'esperienza del dono possono testimoniare come essa sia estremamente feconda che può renderci felici, ben più dei tanti beni di consumo che spesso finiscono per degradarci.

La filantropia istituzionale può svolgere un ruolo importante anche nel dare una risposta ad una delle sfide più importanti per la nostra società: come valorizzare i giovani, evitando che questi da risorsa si trasformino in problema. Bisogna offrire loro opportunità, avere il coraggio di scommettere su di loro, metterli in condizione di sperimentare le loro idee. Troppo spesso invece i progetti per i giovani sono pensati e realizzati da adulti. Questi ultimi potranno forse essere più efficienti, ma raramente potranno essere più efficaci. Inoltre non bisogna mai dimenticare il significato educativo nello sviluppo delle proprie competenze e della stima di sé che la gestione diretta di un progetto può dare a questi ragazzi, i quali, nel contempo, potranno diventare più consapevoli dei bisogni che contraddistinguono la comunità in cui operano. Infine, può essere opportuno ricordare come il privato soc iale possa diventare, soprattutto in questo momento storico, un'importante opportunità di lavoro.
Il modello della Youth Bank, sperimentato per la prima volta in Italia dalla Fondazione Comasca, in cui giovani sono chiamati e selezionare progetti d'utilità sociale presentati da loro coetanei, è sicuramente una modalità che si sta rivelando feconda e potenzialmente in grado di lasciare un segno. Se, come del resto sta già avvenendo, gli enti d'erogazione dovessero poi dare la loro disponibilità a sostenere per alcuni anni le idee più promettenti, quelle che potranno conseguire una propria sostenibilità economica, allora sarà forse possibile innescare un circolo virtuoso in grado di dare un contributo importante alla crescita della società civile.

La filantropia può anche svolgere un ruolo importante nello sviluppo delle tanto invocate reti. Bisogna però essere consapevoli che ciò non può avvenire semplicemente erogando dei contributi supplementari  ai progetti in rete, dato che troppo spesso queste si realizzano solo sulla carta. Affinché le sinergie possano veramente manifestarsi è necessario, da un lato, promuovere lo sviluppo di una visione comune e, dall'altro, creare le condizioni affinché si rafforzino la conoscenza, il rispetto reciproco e quella fiducia senza la quale le relazioni finiscono necessariamente per diventare strumentali e poco feconde.

La sperimentazione dell'impatto collettivo, spesso promosso grazie agli enti d'erogazione, sta mostrando come un approccio che favorisca l'elaborazione di un'agenda comune in cui tutti i partecipanti condividono la visione e la missione, permetta di individuare indicatori condivisi, crei le condizioni per il coordinamento fra le varie attività, così che queste possano rinforzarsi mutualmente, stimoli una comunicazione continua fra i partecipanti e la comunità nel suo complesso, possa coinvolgere centinaia di realtà provenienti da tutti i settori e conseguire risultati veramente notevoli. L'esperienza però insegna come un simile approccio implica un investimento di lungo periodo e la creazione di una struttura di supporto che garantisca le condizioni per la collaborazione.

In una società dispersiva come la nostra non è però più possibile dare per scontato che la gente si conosca e collabori autonomamente. Per questo è necessario il contributo da parte di un soggetto che abbia come unico fine quello di aiutare i partecipanti a elaborare una visione comune senza cercare di imporre una propria agenda. Gli enti d'erogazione, oltre a mobilitare le risorse necessarie per creare una struttura di supporto che abbia come fine quello di garantire le condizioni per la collaborazione, possono svolgere un ruolo fondamentale nell'aiutare i partecipanti a superare una certa diffidenza reciproca che, dobbiamo ammetterlo, è abbastanza diffusa nel nostro settore. L'essere indipendenti, neutrali e in grado di mobilitare risorse economiche può permettere loro di dare un contributo fondamentale alla sperimentazione, anche nel nostro Paese di un approccio che sta già dando dei risultati molto positivi.

Per concludere se gli enti d'erogazione vogliono sfruttare le opportunità che la presente crisi offre ed evitare di essere strumentalizzati da chi mira solo ai loro soldi è indispensabile essere strategici ossia darsi degli obiettivi, individuare una strada per conseguirli e dotarsi di indicatori che aiutino a capire se effettivamente si sta andando nella direzione corretta. In realtà il compito è forse meno difficile di quanto si possa immaginare. L'obiettivo è evidente: creare un nuovo welfare fondato sulla solidarietà e sussidiarietà, la strada è quella della valorizzazione delle energie positive presenti nella nostra società e del rafforzamento dei legami comunitari. Non manca che l'elaborazione di alcuni indicatori per potersi tuffare in un'avventura, certo difficile, ma che potrebbe permettere agli enti d'erogazione i affermare una loro identità capace di contribuire a realizzare qualcosa di cui tutti oggi sentono un così evidente bisogno, ma nessuno, fino ad ora, sembra in grado di iniziare. 

28 nov 2012

Il Dono è un fattore di sviluppo

Tratto da "Il dono come fattore di sviluppo" di Bernardino Casadei 
 
Il dono non è semplicemente un atto di generosità, esso è un fattore di sviluppo forse addirittura più importante del tanto ricordato interesse. L'averlo dimenticato è forse il limite maggiore della riflessione economica, la quale si sta rivelando manifestamente incapace di interpretare la realtà in cui viviamo. Se infatti noi pensiamo alla nostra vita scopriremo che gran parte dei nostri atti non sono mossi da un'attenta ponderazione delle nostre utilità marginali, ma piuttosto dal desiderio di fare qualcosa di bello, buono, giusto e vero. Diventa quindi indispensabile, soprattutto in un momento di crisi come l'attuale, valorizzare le energie che questa propensione è in grado di generare, evitando di confinarle, così come troppo spesso avviene, nella sfera privata di ciascu n individuo.
 
Le più attente analisi dell'attività produttiva stanno infatti dimostrando come anche nella vita delle imprese il dono svolge un ruolo fondamentale. Se ognuno si limita a rispettare le proprie mansioni, non ci mette del proprio, non va oltre, spesso senza alcuna speranza di veder premiato questo impegno, soprattutto in una società in cui il modello fordista in cui la macchina poteva imporre il proprio ritmo al lavoratore è ormai definitivamente tramontato e in cui la motivazione del singolo svolge un ruolo fondamentale, l'azienda finisce per perdere la propria capacità innovativa e le procedure, per quanto sofisticate possano essere, non la salveranno dal declino e, in ultima analisi, dal fallimento. Le dinamiche che contraddistinguono la crisi presente lo dimostrano ampiamente.

Ma donare non è facile. In una società complessa come la nostra, senza adeguate infrastrutture, diventa impossibile dare concretezza a questa esigenza e vivere il dono. La nostra società si è infatti strutturata come se il dono non esistesse o non potesse che avere un ruolo residuale, destinato a scomparire grazie all'evoluzione della tecnica e della pianificazione sociale. Così abbiamo sviluppato strutture sofisticatissime che ci permettono di fare qualsiasi cosa, ma nel contempo abbiamo approfondito l'isolamento degli individui, incrinato i rapporti di fiducia, moltiplicato le relazioni di oneri burocratici i quali diventano ostacoli quasi insormontabili per chiunque voglia vivere pienamente la dimensione del dono.

Per questo il vero valore aggiunto della filantropia istituzionale nel suo complesso non sono tanto i pur importantissimi servizi che è in grado di generare, ma piuttosto nella sua capacità di ricreare questa rete di cui abbiamo un così evidente bisogno. Con questo non voglio assolutamente negare l'importanza di tali servizi i  sono indispensabili per contribuire a realizzare quella comunità solidale e sussidiaria che l'unica vera alternativa alla crisi del welfare. Essa con il suo stesso esistere infatti contribuisce a creare comunità, a sviluppare quel capitale sociale che è alla base di ogni crescita non solo morale e civile, ma anche economica e sociale e senza il quale né lo Stato, né il mercato possono funzionare.

Accanto alla funzione sociale della filantropia istituzionale, funzione che dovrebbe interessare i politici, gli studiosi, gli opinion maker, ma che potrebbe forse lasciarci indifferenti, c'è ne è un'altra che invece riguarda ciascuno di noi. Essa, ed è questo forse l'aspetto più importante, offre ad ognuno di noi un'opportunità unica per vivere concretamente l'esperienza del dono che non è, come troppo spesso è stata presentata, un dovere, un obbligo, una sorta di tassazione volontaria a cui sommettersi per senso civico, ma un'opportunità per dare una risposta ad alcune esigenze fondamentali della natura umana, esigenze a cui la nostra società non sembra in grado di offrire risposte convincenti: il bisogno di definire ed affermare la propria identità, quello di vivere relazioni veramente umane con il proprio prossimo perché non strumentali e quello di sperimentare le emozioni autentiche di cui ab biamo un così evidente bisogno.

In ultima analisi vivere il dono significa evitare che la nostra esistenza si riduca ad una continua lotta per cercare di soddisfare in modo effimero effimeri bisogni. 

28 ott 2012

Rassegna Stampa: Rifondazioni - Mobilitiamoci

 
MOBILITIAMOCI di Bernardino Casadei
 
La decisione del Governo di inserire una franchigia sulle detrazioni e deduzioni relative a donazioni per scopi di pubblica utilità equivale ad eliminare tale incentivo, in quanto la media delle detrazioni è inferiore ai 250€, mentre quella delle deduzioni è di poco superiore. Si tratta di una decisione grave per molteplici ragioni.
Grave innanzitutto perché i beneficiari ultimi di queste donazioni sono soprattutto i soggetti più poveri e svantaggiati, che rischiano così di essere ulteriormente emarginati e penalizzati.
Grave perché gli enti non profit, che rappresentano un’importante opportunità di lavoro soprattutto per le giovani generazioni e che già devono fronteggiare una drastica riduzione dei trasferimenti pubblici, rischiano di vedere ulteriormente ridursi una fondamentale fonte d’entrata, con conseguenze che è facile immaginare.
Grave  perché il dono, per sua stessa natura, genera fiducia e relazioni e quindi quel capitale sociale di cui abbiamo un così evidente bisogno per rimettere in moto l’economia e superare la crisi presente.
Grave perché non stimolando le donazioni private si ostacola l’emergere dell’unica alternativa ragionevole alla crisi dello stato sociale, ossia lo sviluppo di una comunità solidale e sussidiaria.
Grave anche per i conti pubblici, dato che un incentivo a favore delle donazioni può mobilitare risorse pari sino a cinque volte il suo costo, risorse che poi vengono, di norma, gestite in modo più efficiente ed efficace rispetto agli interventi diretti della pubblica amministrazione. Il Governo sembra dimenticare come, senza l’attività di prevenzione fatta dal privato sociale, il numero dei casi in cui l’intervento pubblico è imposto per legge non potrebbe non crescere esponenzialmente, con costi per l’erario ben superiori ai risparmi ottenuti riducendo gli incentivi.
Ma ciò che è, a mio avviso, più grave è la sostanziale passività da parte del terzo settore. Che il Governo nel disperato tentativo di far quadrare i conti possa fare degli sbagli è comprensibile, ma che il privato sociale non si mobiliti con tutte le sue energie per evitare tali errori è molto preoccupante ed è un sintomo di come il nostro mondo non sappia ancora organizzarsi e lavorare insieme per conseguire obiettivi comuni nell’interesse di tutti.
Abbiamo relazioni, abbiamo competenze specifiche nella mobilitazione della società, usiamole. Scriviamo  e sensibilizziamo i nostri parlamentari e i membri del governo, contattiamo giornalisti e opinion leader, coinvolgiamo le realtà con cui collaboriamo, mettiamo all’opera i nostri volontari, amici, donatori, insomma, mobilitiamoci non per difendere interessi corporativi, ma per garantire lo sviluppo del nostro Paese e costruire assieme una società di cui possiamo essere fieri, magari approfittando di quest’occasione per promuovere quella cultura del dono senza la quale ogni progresso si rivela presto falso, illusorio e sostanzialmente non sostenibile.

21 ott 2012

Rassegna Stampa: EticaNews

Basta charity, ora wiki-fondazioni

Basta con le erogazioni di charity per progetti singoli. Serve un approccio differente, che preveda una continuità e una sostenibilità nel tempo e, soprattutto, coinvolga nell’iniziativa il territorio in cui si sviluppa. Potrebbe essere il “manifesto” del social business all’italiana, declinato in chiave impact investment. Nella realtà, è la sintesi dell’intervento di Bernardino Casadei, segretario di Assifero, svolto in occasione della presentazione del Rapporto 2011 della Fondazione comunitaria di Lodi Onlus. Le parole di Casadei sono estremamente significative visto che Assifero è l’Associazione italiana fondazioni ed enti di erogazione, organizzazione nata il 14 luglio 2003 per raggruppare le fondazioni private o di famiglia, le fondazioni d’impresa, quelle di comunità e gli altri enti erogativi. Insomma, un universo che, spesso oscurato dalle Fondazioni bancarie, è tuttavia un soggetto chiave nel sostegno dei progetti sociali del territorio.
Ebbene, oggi questo soggetto ha il coraggio di denunciare l’inadeguatezza del modello charity su cui per decenni si sono modulati gli interventi locali. E la lucidità per individuare un ribaltamento dei paradigmi, ponendo cioè al centro non più l’attività erogatoria, bensì la costituzione di un network di soggetti per cui la (wiki)erogazione sarà insieme strumento di lavoro, ma anche di co-partecipazione. Di seguito alcuni stralci, con l’invito alla lettura dell’intera relazione.

UN MODELLO DA CAMBIARE

Dopo che, per lungo tempo, si è pensato che la modalità più corretta per perseguire i propri fini fosse l’erogazione a progetti, ora i limiti di questo approccio appaiono sempre più evidenti. Da un lato la difficoltà di individuare iniziative veramente sostenibili, le quali saranno in grado di camminare sulle proprie gambe una volta esaurito il contributo della fondazione spinge molto a chiedersi se effettivamente il modo migliore per investire le proprie risorse sia effettivamente quello di individuare progetti innovativi. Dall’altro la replicabilità delle iniziative di successo appare sempre più problematica e quindi, anche questa strada non sta dando i benefici sperati.

CHARITY IN COMPETIZIONE

Nel contempo un’impostazione che mira ad individuare il progetto migliore favorisce l’emergere di una competizione, non sempre positiva fra gli enti non profit i quali rischiano di considerarsi sempre più spesso come potenziali concorrenti invece di partner. Si arriva così ad una situazione schizofrenica per cui, da un lato, si proclama la necessità di fare rete e ci si lamenta delle difficoltà che incontrano gli enti senza finalità di lucro a collaborare gli uni con gli altri, ma, dall’altro, si incentivano di fatto comportamenti che vanno nella direzione opposta.

OBIETTIVI STRUMENTALI

Gli enti erogatori devono da parte loro ammettere che i tentativi di promuoverle (le reti, ndr) attraverso gli incentivi economici si sono rivelati, nella maggior parte dei casi, poco efficaci. Tutti sappiamo che tali partnership vengono siglate solo con l’obiettivo di conseguire il contributo, ma che in realtà ognuno continua ad operare autonomamente, dato che gli accordi sono puramente strumentali e hanno quasi esclusivamente un carattere formale.

IL RUOLO DELLA FIDUCIA

Generare una relazione è in realtà un’operazione complessa e difficile in quanto essa dipende da quello che oggi è uno dei beni più scarsi nella nostra società: la fiducia. Creare fiducia implica tempo, ma anche accortezza e delicatezza. Si tratta di un investimento importante i cui benefici, per quanto reali, non sono però né prevedibili, né facilmente misurabili

UN IMPATTO COLLETTIVO

Una modalità per cercare di sfruttare al meglio questo potenzialità a favorire una strategia che permetta di perseguire un impatto collettivo che possa valorizzare le energie che i vari settori possono mettere a disposizione del bene comune può essere quella di partire da un problema concreto, rilevante, ma ben circoscrivibile e quindi riunire le realtà che sene occupano direttamente, promuovendo una serie di incontri che permettano di creare il gruppo, favorendo l’emergere di una conoscenza e di relazioni reciproche. Naturalmente è anche necessario porsi degli obiettivi specifici, quali potrebbe essere il dar vita ad una campagna comune di raccolta fondi.

PROMUOVERE WIKI-PROGETTI

Infine si tratta di offrire a tutti coloro che vivono ed operano in un determinato territorio un’opportunità concreta per diventare protagonisti nello sviluppo di quella comunità solidale sussidiaria da tutti invocata, ma per la realizzazione della quale non sono ancora stati trovati quegli strumenti concreti che ognuno di noi possa utilizzare nella propria vita quotidiana, nella consapevolezza che questo sforzo, non è solo importante per dare una risposta ai problemi sociali che ci affliggono, ma anche e soprattutto per illuminare l’esistenza di ciascuno di noi con relazioni che siano veramente umane perché non strumentali, per rafforzare la nostra identità dando un senso alla nostra vita e per sperimentare quelle emozioni autentiche e profonde di cui tutti noi abbiamo un così evidente bisogno.

15 lug 2012

Non siamo bancomat!?

di Bernardino Casadei
Vita.it



Spesso i responsabili degli enti d’erogazione esprimono l’esigenza di non essere trattati come bancomat. Si tratta di un’esigenza giusta e comprensibile. Se però viene chiesto a quegli stessi responsabili di descrivere la loro attività, la loro risposta non è molto diversa da quella che potrebbe dare un: abbiamo erogato x euro a favore di y iniziative.
La causa di questa contraddizione deve essere cercata nelle difficoltà che il mondo della filantropia istituzionale incontra nel cercare di definire il proprio valore aggiunto per cui alla fine il suo contributo viene ridotto alla quantità di risorse erogate. Si genera così un circolo vizioso per cui l’unico criterio diventa il rapporto fra i costi di gestione e il valore delle erogazioni, con conseguente disincentivo alla crescita qualitativa degli enti d’erogazione che si trasformano in elemosinieri sino a quando, stufi di questo ruolo,  decidono di diventare enti operativi.
Il vero compito del Consiglio d’Amministrazione non è dunque quello di individuare il progetto migliore, magari grazie a qualche magico algoritmo che è stato a lungo cercato di trovare come novella pietra filosofale, ma piuttosto quello di definire la propria missione, trasformando il mandato statutario in una visione operativa che tenga conto sia delle esigenze degli eventuali donatori, sia delle opportunità che il continuo evolversi della società non cessa mai di presentare. Non è un caso che nelle fondazioni internazionali con maggiore esperienza raramente il Consiglio delibera sulle singole erogazioni. Il ruolo del Consiglio, soprattutto quando rifiuta il ruolo di elemosiniere, è infatti quello di approvare le strategie, scegliere i responsabili operativi e individuare gli indicatori che lo aiuteranno a capire se effettivamente la rotta è quella corretta, senza naturalmente illudersi che una qualsiasi equazione, anche la più sofisticata, possa sostituire il giudizio umano.
Se non si vuole trasformare gli enti d’erogazione in elemosinieri o in semplici bancomat e di fatto rinunciare a gran parte del valore aggiunto che il mondo della filantropia istituzionale può generare per la crescita della nostra comunità civile, è indispensabile riscoprire un’evidenza che però troppo spesso dimentichiamo, ossia che le erogazioni non sono il fine, ma il mezzo per perseguire un fine che deve essere definito in modo rigoroso, anche se con l’umiltà di chi riconosce che la società è ben più complessa di ogni nostra interpretazione, nella consapevolezza che i risultati trascenderanno sempre i nostri sforzi.
Naturalmente dato che i fini saranno diversi e specifici per ciascuna realtà, diversi saranno anche gli indicatori che ognuno sceglierà per descrivere in modo sintetico le proprie attività. Accanto però ai fini ed indicatori specifici sarebbe importante individuare una finalità che possa in qualche modo coinvolgere l’intero mondo della filantropia istituzionale. Si tratta di un compito difficile, ma strategico per l’intero settore.
Forse una via per conseguire questo obiettivo potrebbe essere quella di partire da un’immagine che sorge spontanea quando si parla della filantropia istituzionale, ossia l’immagine del lievito. Le risorse della filantropia istituzionale sono infatti molto limitate ed incapaci di risolvere qualsiasi problema, esse però, se utilizzate strategicamente, possono essere dei catalizzatori in grado di mobilitare importanti risorse aggiuntive. Forse se fossimo i grado di raccogliere il valore delle risorse aggiuntive che i contributi degli enti d’erogazione sono stati in grado i catalizzare avremmo un proxy in grado di darci un’idea del valore aggiunto della filantropia istituzionale del nostro Paese.

5 lug 2012

Rifondare le Fondazioni

di Bernardino Casadei
per Vita.it

Benché le fondazioni siano un istituto secolare del nostro diritto civile, in realtà esse sono una scoperta recente per la nostra società. Fino a pochi decenni fa erano considerate un residuo di epoche ormai definitivamente tramontate. Potrebbe perciò sembrare strano esprimere l’esigenza di rifondare delle realtà che, nella maggior parte dei casi, hanno meno di dieci anni di vita se non ché, anche una riflessione superficiale, mostra con chiarezza come questa crescita nasconda troppo spesso la volontà di utilizzare in via strumentale un istituto che può essere gestito in modo sostanzialmente non democratico e poco trasparente. Gli scandali che coinvolgono fondazioni sono una prova evidente di come questo istituto abbia la necessità di essere profondamente ripensato attraverso uno sforzo volto a riscoprirne il vero senso e significato.
La cultura giuridica di questi ultimi decenni è talmente decaduta che sono pochi coloro che riescono a comprendere l’essenza di un istituto la cui unicità sta proprio nel fatto di non avere padroni. Il pensiero strumentale è talmente penetrato nelle nostre abitudini mentali che i più non riescono a capire cosa sia la personalità morale, il vero fondamento della soggettività giuridica, e riducono il tutto alla mera limitazione della responsabilità patrimoniale. In altre parole, non si acquista più la dignità di persona in quanto si persegue uno scopo talmente nobile da poter essere identificato con la manifestazione del corpo mistico e quindi degno di diventare un fine in sé, un fine che trascende anche le persone che hanno deciso di promuoverlo, ma semplicemente perché si dispone di un patrimonio, peraltro alquanto ridotto, con il quale garantire eventuali creditori.
Da parte loro gli organi di controllo, dopo aver dato vita a comportamenti quasi vessatori al momento del riconoscimento, se ne disinteressano quasi totalmente, rinunciando a qualsiasi verifica che garantisca l’effettivo rispetto delle finalità statutarie. È poi mentalità corrente vedere nella fondazione uno strumento nelle mani del fondatore che ne può fare quello che più l’aggrada, dimenticando che essa non ha padroni e che anche il fondatore deve essere al servizio dei valori e dei principi in essa incarnati, poco importa che sia stato lui a volerli istituzionalizzare permettendo loro di vivere autonomamente.

Rifondare l’istituto della fondazione significa perciò riscoprirne l’essenza nella speranza che un’organizzazione che non è riconducibile ai principi del diritto soggettivo e degli interessi legittimi, che rifiuta nella sua essenza quel pensiero strumentale e quell’approccio riduzionistico che finisce necessariamente per negare la dignità della persona umana, potrebbe porci nelle condizioni di cogliere quelle prospettive originali senza le quali diventa difficile superare la crisi presente e tutti i pur lodevoli tentativi di razionalizzazione e di lotta agli sprechi rischiano di avere la stessa efficacia delle grida manzoniane.

26 giu 2012

Le Fondazioni di Comunità in Italia: uno sguardo d'insieme


di Lorenzo Bandera
17 maggio 2012
http://secondowelfare.it/terzo-settore/fondazioni/le-fondazioni-di-comuita-in-italia.html
Cosa sono le fondazioni di comunità?
Le fondazioni di comunità sono enti non profit di diritto privato il cui obiettivo è quello di migliorare la qualità della vita della comunità presente su uno specifico territorio e promuovere al loro interno la cultura del dono e della solidarietà. A differenza di altri soggetti non profit queste organizzazioni non hanno come scopo l’accumulo di risorse per il perseguimento di una causa precisa, individuata dall’organizzazione stessa in base alle necessità del territorio, ma puntano piuttosto a favorire l’attività filantropica dei soggetti attivi della comunità, siano essi cittadini, imprese, enti pubblici od organizzazioni del Terzo settore. Le fondazioni di comunità hanno come finalità la promozione della cultura della donazione e si prefiggono di stimolare erogazioni e contributi a favore di progetti d’utilità sociale rimuovendo tutti quegli ostacoli di natura culturale, fiscale, legale ed amministrativa che normalmente impediscono ai membri di una comunità di contribuire allo sviluppo del bene comune.
Queste realtà sono nate negli Stati Uniti quasi un secolo fa, nel 1914, per organizzare e canalizzare forme di filantropia basate su erogazioni provenienti da trust gestiti dalle banche, creati da soggetti facoltosi per il perseguimento di scopi caritatevoli. Le fondazioni di comunità si sono diffuse principalmente in Nord America e solo nel corso degli anni Novanta hanno iniziato a svilupparsi, con modalità e tempistiche diverse, anche nel resto del mondo. Negli Stati Uniti le communities foundation hanno svolto e svolgono tuttora un ruolo importante in molteplici aree del Paese, indirizzando e coordinando le risorse presenti sul territorio verso tutti quegli enti e attività ritenute socialmente utili per la comunità. Attualmente negli Stati Uniti se ne contano oltre 700, come mostrano anche i dati del Foundation Center, e il loro valore economico sia in termini patrimoniali che di risorse erogate risulta essere particolarmente significativo.
La nascita delle fondazioni di comunità italiane ad opera di Fondazione Cariplo
In Italia le fondazioni di comunità sono un fenomeno relativamente recente, che tuttavia negli ultimi anni si è sviluppato con crescente intensità. E’ infatti del 1997 la decisione della Fondazione Cariplo di attivare un progetto, ispirato al modello delle sopracitate community foundations americane, volto alla creazione di fondazioni di comunità in tutte le province della Lombardia e nelle province piemontesi di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola. Le motivazioni che hanno spinto Cariplo ad investire sulle fondazioni di comunità sono varie, ma indubbiamente fra di esse si registra la necessità da parte della Fondazione di rafforzare i contatti coi territori e le comunità locali. Dopo l’approvazione della legge sulla ristrutturazione del sistema creditizio italiano (legge 30 luglio 1990, n.218, nota anche come “legge Amato”), che imponeva agli istituti bancari la divisione tra attività di credito e attività di beneficenza, Cariplo si era infatti trovata priva di propri referenti sul territorio, ruolo precedentemente ricoperto dalle filiali del gruppo bancario. Da qui la scelta di investire sul progetto Fondazioni di comunità, che sembrava in grado di rispondere parzialmente a questa problematica che limitava la capacità operativa della Fondazione verso le comunità locali. Tra il 1999 e il 2006 Cariplo ha costituito 15 fondazioni di comunità, ovvero quasi la metà delle 32 attualmente presenti in Italia. 
Obiettivi, strumenti e risorse delle fondazioni di comunità
Le fondazione di comunità non si limitano all’erogazione di risorse, ma puntano alla creazione di network che mettano in contatto donatori, investitori, istituzioni e organizzazione del Terzo settore presenti in un dato territorio. Una rete, dunque, potenzialmente in grado di coinvolgere attori sia pubblici che privati nella realizzazione di opere di utilità sociale e, soprattutto, che mira ad un coinvolgimento crescente dei cittadini nelle attività della fondazione. Attraverso la creazione di bandi tematici, ad esempio, le fondazioni non solo hanno la possibilità di erogare risorse a vantaggio di molteplici soggetti presenti sul territorio (che possono andare dalle organizzazioni non profit agli enti pubblici, dalle società sportive dilettantistiche agli enti religiosi), ma anche quella di assistere e supportare tali realtà tanto nell’elaborazione quanto nell’implementazione dei progetti presentati. In questo modo la fondazione va oltre il ruolo erogativo, presentandosi come soggetto attivo nello sviluppo di azioni favorevoli al territorio, e potenzialmente in grado di svolgere una funzione di valutazione delle misure promosse.
Le fondazioni offrono indubbi benefici alle organizzazione del Terzo settore presenti sul territorio, ma notevoli sono anche i vantaggi offerti ai potenziali donatori. Le fondazioni infatti fornisco a coloro i quali desiderano investire in ambito filantropico una serie di strumenti flessibili che possono incoraggiare l’impegno di risorse finanziarie. La struttura della fondazione permette infatti di diversificare sia la modalità che l’oggetto delle donazione, l’integrazione con altre risorse a disposizione del patrimonio della fondazione, una gestione professionale delle erogazioni, il supporto legale relativamente ai benefici fiscali, l’adempimento di oneri burocratici e la pubblicizzazione dell’attività filantropica.
La molteplicità di fondi costituiti all’interno delle fondazioni dimostra la flessibilità degli strumenti messi a disposizione di chi ha desiderio di donare per sviluppare la propria comunità. Oltre ai fondi di erogazione, destinati alla realizzazione immediata o dilatata nel tempo di uno specifico progetto, possono esistere diversi fondi patrimoniali, le cui rendite vengono destinate a sviluppare opere indicate dal donatore attraverso un’ampi gamma di possibili criteri. Possono essere ad esempio costituiti fondi per la comunità, il cui reddito è destinato ai bisogni di una particolare comunità o territorio; fondi alla memoria: costituiti per onorare la memoria di un proprio caro con interventi nei settori a cui era particolarmente legato; fondi d'impresa: costituiti da singole imprese per la gestione delle proprie attività filantropiche; fondi per area di interesse, il cui reddito è destinato ad una particolare area di intervento sociale; fondi con diritto di utilizzo o indirizzo, in cui cioè il donatore indica di volta in volta i beneficiari della donazione; fondi di categoria, costituiti da organizzazioni di categoria per promuovere l'immagine del proprio ente e favorire le donazioni dei propri membri o associati; fondi correnti, che danno la possibilità di elargire non solo gli interessi maturati ma l’intera somma su richiesta del donatore. La denominazione o lo scopo dei fondi possono variare da fondazione e a fondazione, ma l’elenco sopra proposto permette di percepire la varietà di opzioni tra cui un soggetto può scegliere nel momento in cui decide di donare attraverso una fondazione di comunità. 
L’intervista a Bernardino Casadei, presidente di Assifero.
Per aiutarci a capire meglio quale ruolo svolgono e potrebbero svolgere le fondazioni di comunità nel nostro Paese abbiamo chiesto a Bernardino Casadei, Segretario Generale di Assifero, di concederci un’intervista inerente questo tema. Assifero, Associazione Italiana Fondazioni e Enti di Erogazione, raccoglie diverse realtà (elenco dei soci) che svolgono attività erogativa a vario titolo. Tra di esse possiamo rintracciare enti di erogazione indipendenti, fondazioni di famiglia, fondazioni d’impresa, fondazioni private e le citate fondazioni di comunità. Bernardino Casadei prima di assumere la carica di Segretario Generale di Assifero ha collaborato con Fondazione Cariplo come Project Manager del Progetto Fondazioni di Comunità, attraverso il quale è stata possibile l’introduzione di questa tipologia organizzativa anche nel nostro Paese.
Dott. Casadei, ci potrebbe brevemente descrivere come si sono diffuse le fondazioni di comunità in Italia?
L’introduzione delle Fondazioni di Comunità (FC) in Italia è avvenuta grazie all’impegno della Fondazione Cariplo. Quando nel 1996 ho iniziato a presentare l’ipotesi delle FC a Giuseppe Guzzetti, allora consigliere di Fondazione Cariplo, in Italia pochissimi avrebbero saputo spiegare cosa fossero questi soggetti. Perché Cariplo decise di investire su questa strada? La ragione principale era legata ad una problematica interna a Cariplo: con la separazione ufficiale dalla banca la Fondazione aveva perso il contatto con le filiali del gruppo bancario, ovvero con quelle realtà che per anni erano state le referenti locali per la gestione della beneficienza. Fondazione Cariplo aveva la necessità di trovare un nuovo modo per gestire i propri contatti sul territorio della Lombardia (e nelle province di Novara e Verbania), soprattutto in relazione alla gestione delle erogazioni medio-piccole. Gestirle centralmente rischiava infatti di risultare eccessivamente oneroso, comportando conseguentemente la diminuzione dei contributi realmente erogati. Davanti a questo problema è stata presentata l’ipotesi, fondata sull’esperienze americane della Kellogg Foundation in Michigan e del Gift Giving Program in Indiana, di dar vita a degli enti autonomi che potessero essere anche partner naturali della fondazione Cariplo nella gestione delle erogazioni sul territorio. Questa, se vogliamo, era la motivazione interna, più tecnica, del progetto. L’altra importante ragione era invece la volontà di creare un’infrastruttura in grado di mobilitare le donazioni, democratizzare la filantropia istituzionale e favorire l’emergere di elargizioni da e per il territorio. Pochissimi credevano che il progetto scaturito da queste ipotesi iniziali, soprattutto relativamente alla seconda, potesse funzionare in qualche modo. Eppure sono state create 15 Fondazioni di comunità legate al progetto Cariplo. Dieci hanno completato il “progetto sfida” nei termini stabiliti, due sono un po’ in ritardo ma sono anch’esse in dirittura d’arrivo, mentre tre lo stanno ancora realizzando. “Completare la sfida” significa che la Fondazione di Comunità nel corso di un periodo di 10 anni, è riuscita a raccogliere autonomamente 5 milioni di euro in donazioni patrimoniali, e che pertanto ha diritto all’ottenimento di altri 10 milioni provenienti da Fondazione Cariplo.
Può spiegarci meglio questo sistema?
Se le FC riescono a raccogliere 5 milioni destinati alla costituzione del loro patrimonio la Fondazione Cariplo si impegna a fornire alle stesse altri 10 milioni. In estrema sintesi il progetto funziona così: al momento della costituzione dell’ente la Fondazione Cariplo crea al proprio interno un fondo patrimoniale di 5 milioni di euro specificamente destinato alla neonata FC, da cui inizialmente si prelevano i soldi necessari per ottenere il riconoscimento della FC. Ogni anno la fondazione Cariplo fornisce alla FC la rendita derivante dal fondo, calcolata sul tasso ufficiale di sconto maggiorato dello 0.5%, a condizione che la FC nel corso dell’anno sia stata in grado di raccogliere almeno 516.000 € destinati al patrimonio. Se la fondazione non riesce a raccogliere tali risorse gli interessi del fondo vengono congelati fino al raggiungimento della quota prevista. Pertanto in 10 anni la FC dovrebbe raccogliere, per godere degli interessi maturati dal fondo istituito da Cariplo, un totale di oltre 5 milioni di euro destinati all’aumento del proprio patrimonio. Se la FC riesce in questa “sfida” Fondazione Cariplo si impegna a raddoppiare quanto raccolto, erogando altri 10 milioni di euro “premio” e portando il patrimonio della FC a ben 15 milioni.
Questo sistema ha funzionato?
Ha funzionato quasi dappertutto, solo le FC di Cremona e Pavia hanno avuto alcuni problemi che tuttavia sono stati quasi completamente risolti. Le fondazioni, una volta completata la “sfida” hanno teoricamente a disposizione un fondo di almeno 15 milioni di euro che in alcuni casi, come per esempio a Novara, è cresciuto ulteriormente fino al raggiungimento di oltre 20 milioni di patrimonio.
Quali sono i vantaggi che le FC offrono alle organizzazioni del Terzo settore e ai donatori?
I donatori attraverso una FC possono godere dei vantaggi di una propria fondazione senza doversi assumere gli oneri ad essa collegati. Tutti gli aspetti gestionali e burocratici sono infatti svolti dalla fondazione di comunità, mentre i donatori possono invece godere di tutti i benefici fiscali del caso. Parimenti gli enti non profit attraverso la collaborazione con la FC offrono ulteriori garanzie ai donatori circa le proprie attività, e attraverso la fondazione sono in grado di gestire alcuni tipi di donazioni, come i lasciti testamentari, la cui gestione risulta essere tutt’altro che semplice. Questi vantaggi sono notevoli per le piccole organizzazioni del Terzo settore, ma anche le grandi possono ottenere benefici avvalendosi della collaborazione con una FC. Faccio un esempio: se come donatore volessi fare una donazione personale alla sezione del Wwf del mio territorio questa, per regolamento interno, dovrebbe essere destinata alla sede centrale del Wwf di Roma. Quindi, se volessi avere la certezza che quel denaro andrà a sostenere progetti svolti dalla sezione del Wwf del mio territorio, non potrei avere alcun tipo di garanzia. Creando un fondo presso la FC questa problematica viene superata: la fondazione è in grado di fornire ogni anno al progetto del Wwf del territorio da me indicato la mia donazione, garantendomi pertanto la certezza sulla destinazione delle risorse fornite. Ovviamente le cose sono spesso più articolate di così, ma questo piccolo esempio rende l’idea di come la fondazione possa essere una risorsa sia per i donatori che per le organizzazioni del Terzo settore, sia grandi che piccole, presenti sul territorio.
Potrebbe spiegarci meglio quali benefici fiscali può avere un’azienda donando attraverso una FC?
L’azienda ha tre vantaggi dal punto di vista fiscale. In primo luogo ha un vantaggio dal punto di vista burocratico/amministrativo. Un’azienda potrebbe anche decidere di donare a una Onlus senza passare per la FC, tuttavia attraverso la mediazione della fondazione l’azienda può decidere di donare, e godere dei relativi benefici fiscali, anche senza aver deciso la destinazione ultima della donazione. L’azienda può infatti donare alla fondazione prima della scadenza dell’anno fiscale e decidere in un secondo momento come investire quel denaro. Dal punto di vista amministrativo c’è quindi un vantaggio temporale, perché è possibile donare pur non sapendo a quali progetti destinare quella donazione. Questa è una possibilità molto importante non solo in termini fiscali: attraverso un’unica donazione si può decidere di finanziare più progetti pur non avendo ancora deciso nello specifico come, quando e quali iniziative sostenere. Senza passare dalla FC ogni progetto dovrebbe invece essere previsto e documentato nella redazione del bilancio, un fattore che indubbiamente può disincentivare la donazione. Secondo: finanziando la fondazione, che è una onlus garantita, non è più necessario andare a verificare se le organizzazioni a cui si vuole donare sono affidabili e/o permettono di ottenere benefici fiscali. E’ la fondazione che effettua questi controlli e garantisce la possibilità di detrazione donando a quel progetto. Terzo: attraverso la fondazione è possibile finanziare progetti di carattere sociale anche di enti che non hanno fine di lucro ma sono privi della qualifica di Onlus, cosa che non sarebbe fattibile attraverso un’azione diretta.
Secondo lei non c’è il rischio che le FC contribuiscano a promuovere a un tipo di filantropia ormai considerata sorpassata?
In primo luogo ritengo che questo tipo di filantropia non sia affatto sorpassata, e che anzi ci sia un grande ritorno a questo tipo di approccio fondato sul dono. L’Italia ha sempre avuto una grande tradizione filantropica, che tuttavia dall’unità in avanti è stata volutamente distrutta e sradicata. Inoltre bisogna considerare come i donanti, attraverso il sistema delle FC, non siano riconducibili ad un’unica categoria, ma possano provenire dai contesti sociali più disparati. Il donante si trova di fronte a uno strumento per la gestione dell’aspetto finanziario, dopo di che se vuole partecipare direttamente allo sviluppo del progetto può farlo tranquillamente, così come può decidere di limitarsi alla donazione e basta. Attraverso le modalità operative delle FC diventa inoltre più facile stabilire relazioni con altri donatori. Per esempio un’esperienza molto diffusa all’estero è quella dei giving circle: donatori che si mettono insieme per attivare progetti che altrimenti non si azzarderebbero a intraprendere da soli. La FC in questo caso può svolgere il ruolo di agente fiscale, di supporto burocratico/amministrativo, offrendo servizi che un gruppo eterogeneo di donatori difficilmente sarebbe in grado di svolgere autonomamente. Ribadisco: la FC è uno strumento che può essere utilizzato in diversi modi, a seconda della sensibilità di chi decide di usufruirne. Ci può essere il soggetto che decide di donare e basta, così come può esserci quello che decide anche di farsi coinvolgere direttamente nelle attività che finanzia. In tutti i casi, comunque, i problemi che potrebbero emergere per il donatore dal punto di vista burocratico sono già superati, in quanto affidati a un soggetto, la FC, in grado di risolverli al posto di chi dona. Altra cosa da non sottovalutare: le persone possono considerare bello e interessante donare, ma viviamo una società estremamente frenetica e quindi se non ci si pone nelle condizioni di farlo si finisce col rimandarlo continuamente. Attraverso la FC invece anche questo rischio è limitato. Io per primo, ad esempio, ho un mio fondo presso la Fondazione di Como, luogo dove abito, che finanzio una volta l’anno. Può capitare che passino dei mesi, anche degli anni, senza che quel denaro venga utilizzato, ma so che ci sono e che prima o poi potranno essere sfruttati adeguatamente. Come poi approcciarsi all’utilizzo dipende dalla volontà del donante. In sintesi: la FC mette a disposizione del donante una serie di servizi e competenze che favoriscono la cultura del dono, come la conoscenza profonda degli enti non profit presenti sul territorio, la possibilità di creare rapporti con altri potenziali donatori o la facilitazione dei rapporti con burocrazia e pubblica amministrazione.
Può parlarci delle capacità di investimento delle fondazioni?
Tutte le fondazioni dovrebbero avere una propria strategia di investimento. La fondazione, semplificando un po’ il discorso, può ricevere donazioni destinate all’immediato utilizzo per finanziare uno specifico progetto o associazione, oppure donazioni che non devono essere spese immediatamente e che quindi vanno a comporre il patrimonio della fondazione. Il donatore, immettendo denaro nei fondi che costituiscono il patrimonio della FC, può usufruire di benefici di scala e vedere aumentare le risorse destinabili all’erogazione, oltre ovviamente a una serie di vantaggi legati alla gestione intermediata. Il donatore può quindi decidere di allineare le proprie donazioni con le strategie di investimento scelte della fondazione, ma può anche richiedere un tipo di gestione autonoma.
Ma la fondazione così non si assume dei rischi?
Certamente, ma la fondazione ha l’obbligo di investimento. Se non si investe i soldi si deprezzano, si perdono o non rendono e, di conseguenza, la fondazione vede diminuire le proprie capacità erogative di lungo periodo. Questo sicuramente è uno dei punti più fragili sul quale c’è ancora del lavoro da fare: l’idea che il denaro che la fondazione ha nel suo patrimonio debba essere investito con una strategia di lungo periodo non è ancora entrata nelle corde di molti consigli di amministrazione. Pensi che in Canada un tribunale ha condannato il Consiglio di Amministrazione di una fondazione perché la strategia di investimento utilizzata non permetteva un consistente aumento del patrimonio. Secondo il giudice questa scelta ha indebolito la disponibilità economica della comunità, e ha pertanto determinato una condanna per il CdA. Ora, prima che in Italia si verifichi un caso simile a quello canadese ci vorrà molto tempo, ma il concetto che sta alla base è semplice: le FC devono investire in modo da avere ritorni che permettano di perseguire lo sviluppo della comunità. Oggi indubbiamente viviamo un momento complicato dal punto di vista economico, ma necessariamente le FC devono investire in attività redditizie che permettano, almeno, di coprire inflazione, costi e tasse, e di generare una disponibilità di erogazione di almeno il 3% del patrimonio investito, il che vuol dire una redditività annuale di almeno il 7%. Per avere tale redditività bisogna pensare ad una strategia di investimento di un certo tipo, sennò a tale obiettivo non ci si arriva. In Italia questi passaggi sono complicati, e se uno guarda alla redditività degli investimenti delle fondazioni italiane noterà che questa è molto più bassa di quelle di altri Paesi europei. Questo è dovuto sicuramente a fattori culturali propri del nostro Paese, ad un approccio molto formalista e poco incisivo che punta a non rischiare mai e arrivare alla fine dell’anno col bilancio che non sia mai in perdita, mentre un investimento di lungo presuppone una volatilità e quindi la possibilità di avere delle perdite nel breve periodo. E’ uno dei settori in cui serve ancora molto lavoro.
Dal punto di vista della distribuzione sul territorio si nota una forte presenza delle fondazioni nel Nord del Paese, mentre al Sud ce ne sono molto poche. Come mai?
Nel Sud del Paese la Fondazione con il Sud ha stanziato molte risorse per favorire la diffusione delle FC anche nel Meridione, dove attualmente sono presenti solo due fondazioni. Questa è una cosa buona, ma non basta fornire risorse finanziare per sviluppare strutture come le FC. Creare una FC è molto complicato e non basta avere le risorse economiche per farne nascere una: servono soggetti disposti a investire tempo ed energie. In Lombardia dal 1999 al 2003 si sono costituite 12 fondazioni perché non c’erano a disposizione solo soldi, ma anche strutture e persone che lavoravano a tempo pieno su questi progetti. Sicuramente senza queste risorse non-economiche le FC in Lombardia non sarebbero cresciute così velocemente. Non è fattibile, soprattutto in una realtà molto complessa come il mezzogiorno, pensare di potersi limitare alla fornitura di denaro per ottenere dei risultati. Esiste quindi una mancanza di competenze prettamente tecniche. La macchina, essendo molto complessa, non può avviarsi solo attraverso erogazioni finanziarie, ma necessita di specifiche conoscenze in materia. Prendiamo in considerazione la contabilità di una FC: è un aspetto talmente complesso che non basta neppure la partita doppia, ma serve una “doppia partita doppia”. Senza qualcuno in grado di supportare lo sviluppo di questi aspetti è difficile giungere a dei risultati apprezzabili: senza un personale qualificato la fondazione non può andare molto lontana. Pensare di sviluppare il settore solo attraverso risorse monetarie è pertanto insufficiente, serve una continua assistenza e questo non sempre è stato percepito come un punto centrale.
E per quanto riguarda il Nord?
Al Nord sono presenti un maggior numero di FC, in primo luogo le 15 sviluppatesi grazie alla Fondazione Cariplo. Il progetto promosso dalla Cariplo ha mostrato alcuni limiti, come ad esempio il fatto che in alcuni casi le FC si sono ridotte ad essere referenti territoriali della Fondazione Cariplo, ma è comunque un’iniziativa ben avviata e presente in tutta la Lombardia. Abbiamo poi le FC collegate alla Fondazione di Venezia, che tuttavia danno l’impressione di concepirsi come uffici territoriali della stessa. poichè non è stato fatto un lavoro volto a svincolarle maggiormente dalla casa madre. C’è poi la Fondazione della Valle D’Aosta, che a causa dell’esigiutà del territorio e della forte presenza della pubblica amministrazione si sta sviluppando con una certa lentezza, e le due fondazioni liguri, nate a Imperia e Savona. Interessante è il caso della Fondazione della Comunità Veronese, nata circa un anno fa, che risulta essere l’unica non legata a una grande fondazione di origine bancaria. E’ molto giovane e la sua forza economica, per ora, è ridotta, ma pare sia riuscita ad avviarsi positivamente e sta iniziando a fare delle buone cose sul territorio. C’è poi la Fondazione Mirafiori, la cui attività tuttavia si è incentrata sulla gestione del Parco Colonnetti e che per questa ragione si è poco sviluppata in altri ambiti. Questo perché la gestione diretta di un progetto impedisce ad una FC di concentrarsi principalmente sui donatori e sulle erogazioni e, avendo i progetti scadenza precise, tende a fagocitare le risorse e le energie della fondazione stessa. La fondazione in questo caso rischia di limitare fortemente il suo ruolo di intermediario filantropico, diventando sempre più gestore di un’iniziativa specifica e di confondersi con le altre nonprofit. Ci sono poi un po’ di fondazioni fatte da enti pubblici, soprattutto nel Nord-Est, di cui tuttavia non saprei dire il livello di sviluppo attuale. Solo negli ultimi anni, comunque, si è registrato un aumento d’interesse per le FC che ha favorito l’emergere di gruppi promotori in varie zone del Paese. Lo sviluppo che si poteva sperare non c’è stato anche perché le fondazioni d’origine bancaria che potevano svolgere un ruolo strategico nel promuovere l’idea hanno a lungo percipito le FC solo come referenti territoriali della Fondazione Cariplo e quindi poco interessanti per enti che operano su un territorio molto più ristretto.
Quindi da un lato Cariplo è stata la promotrice dei progetti…
Se non ci fosse stata Cariplo sicuramente non ci sarebbero le fondazioni di comunità in Italia.
… però dall’altro tutti coloro i quali sono esterni a Cariplo hanno una sorta di timore nell’affrontare il tema delle fondazioni di comunità. E’ corretto?
Si tende a pensare che la fondazione di comunità sia un soggetto delegato dalla Fondazione Cariplo alla gestione del territorio, o al più si ritiene che le fondazioni di comunità possano sorgere solo con la presenza di una grande fondazione di origine bancaria alle spalle.
Ma, oltre al caso di Verona di cui abbiamo parlato precedentemente, esistono altre realtà prive del sostegno di una fondazione bancaria?
Effettivamente l’unica che è partita senza nessun sostegno è la fondazione veronese. Anche la fondazione di Savona era partita in maniera simile, ma ora ha rapporti con la Compagnia di San Paolo. Si, solo la fondazione veronese attualmente non ha il sostegno diretto di una grande fondazione bancaria.
Una fondazione di comunità che non si affida a una fondazione bancaria ha secondo lei la possibilità di strutturarsi sul territorio?
Per ora la fondazione di Verona dimostra che è possibile. E’ chiaro che, data la complessità che sta dietro la creazione di una fondazione di comunità, sono ancora più necessarie persone decise e convinte del progetto.
Le altre fondazioni bancarie come si comportano di fronte al tema delle fondazioni di comunità?
La maggior parte, soprattutto quelle di piccole di dimensioni, non prendono seriamente in considerazione l’ipotesi perché, come detto, le vedono come distaccamenti territoriali di Cariplo e quindi pensano che la promozione di una simile infrastruttura abbia senso solo se si deve gestire un territorio molto esteso. In pratica si concentrano solo sul primo aspetto che ha spinto la Cariplo a dar vita al progetto e non considerano il secondo, ossia la capacità di catalizzare donazioni nel territorio. Questa percezione tuttavia sta progressivamente cambiando.
Secondo lei la fondazione di comunità è uno strumento che potrebbe essere ampliamente implementato in Italia?
Ne sono assolutamente certo. E sono sicuro che se una fondazione bancaria medio-piccola superasse le proprie remore nel costituire una FC, decidesse di investire in questo ambito avrebbe tali e importanti successi che sarebbe presto seguita dalle altre. Sono diversi i presidenti di fondazioni bancarie che, dopo aver spiegato loro cosa effettivamente le FC fanno, mi hanno confessato che hanno dovuto cambiare radicalmente l’idea che si erano precedentemente fatti circa il loro ruolo e funzione. Dall’altro lato iniziano a esserci sempre più richieste provenienti proprio dalle comunità, sia sotto forma di richieste istituzionali che dalle associazioni. Indubbiamente c’è quindi un interesse che bisognerebbe in qualche modo assecondare. A questo proposito è stato recentemente creato, con l’idea che possa fungere da “incubatore” delle future FC, il Comitato per il Dono, di cui è presidente Zamagni. Potremmo considerare questo soggetto come una sorta di fondazione di comunità a livello nazionale. Il Comitato dovrebbe favorire la nascita di FC laddove ancora non esistono, creando fondi appositi che permettano l’avvio del progetto e l’indispensabile supporto tecnico che come detto è necessario affinchè una FC si sviluppi correttamente. Inoltre, mentre le FC si formano e agiscono su un territorio specifico, il Comitato opera invece su tutto il territorio nazionale con l’idea primaria di poter assistere quei donatori che hanno esigenze non geograficamente limitate, o che hanno necessità di operare a cavallo di due territori coperti da due fondazioni distinte. Se per esempio un soggetto volesse attivare un progetto riguardante i territori che si affacciano sul lago di Como oggi dovrebbe rivolgersi sia alla Fondazione della provincia di Lecco sia alla Fondazione Provinciale della Comunità Comasca, raddoppiando ovviamente gli sforzi per mantenere contatti con entrambe. Il Comitato potrebbe permettere di superare queste limitazioni e attivare misure in grado di coinvolgere due o più fondazioni nello sviluppo del medesimo progetto.
Secondo lei le fondazioni in generale (fondazioni di impresa, fondazioni bancarie, fondazioni universitarie, etc.) possono svolgere un ruolo importante per il nostro Paese?
Credo che il punto sia questo: le risorse che questi enti possono mobilitare in realtà sono, rispetto sia alle risorse pubbliche che a quelle private, molto marginali Se noi guardiamo agli Stati Uniti, che hanno un settore filantropico notevolmente più sviluppato del nostro, le donazioni provenienti dalle fondazioni sono meno del 15% del totale. E’ pertanto sbagliato, soprattutto in relazione alla situazione italiana, pensare che le fondazioni potrebbero in qualche modo sostituirsi al settore pubblico o al contributo diretto dei privati. I soldi erogati dalle fondazioni sono però soldi interessanti, perché possono essere utilizzati per investimenti strategici. Quali sono questi investimenti? Assifero ha individuato sei modalità strategiche con cui investire tali risorse, e che potrebbero contribuire positivamente allo sviluppo di una società più solidale. Tali modalità sono: intervento in caso di emergenza, sperimentazione di soluzioni innovative, mobilitazione risorse aggiuntive, sensibilizzazione ed advocacy, sviluppo degli enti non profit e promozione del’impatto collettivo. Le fondazioni, ribadisco, devono comunque mantenere un ruolo ancillare, e non possono essere considerate leader di questo cambiamento sociale. Questo per due ragioni: non hanno la legittimazione per farlo, se lo facessero sarebbe una forma di plutocrazia, e non hanno le conoscenze per imporre un reale cambiamento. Mi spiego meglio: le fondazioni non sono “in prima linea”, non hanno la piena coscienza della realtà sociale e rischiano, pertanto, di farsi delle visioni astratte delle soluzioni senza poi riuscire a cambiare in meglio le cose. Il ruolo delle fondazioni è quello di facilitatore, non di risolutore. Il cambiamento dovrebbe essere guidato dalla politica, che però in questo momento non si sta rivelando all’altezza del compito, e dalla società civile e in particolare dagli enti non profit, i quali tuttavia sono concentrati principalmente sulla loro attività e sono carenti sotto questo punto di vista. Quello che secondo me bisogna fare è aiutare gli enti non profit a stabilire delle visioni condivise su cui poi lavorare. In questo caso le fondazioni possono essere quei soggetti in grado di mettere i diversi attori del non profit intorno ad un tavolo, che possono fornire risorse che nessun altro sarebbe in grado di mettere, che possono costringere gli enti ad avere un approccio critico nei confronti dei loro limiti stimolandoli a migliorare. E’ infatti sempre possibile che le organizzazioni non profit perdano di vista il loro reale obiettivo e diventino succubi delle logiche produttivistiche siano esse pubbliche o di mercato. Le fondazioni potrebbero contribuire a mantenere alta l’attenzione delle organizzazioni, aiutandole a porre al centro della propria attività il tipo di cultura di cui sono portatrici piuttosto che la gamma di servizi offerti. Le organizzazioni non proft offrono una visione che permette alle persone di manifestare una dimensione, quella della generosità, della relazione sociale, della solidarietà, che il pubblico e il mondo profit non sono in grado di stimolare e che, invece, il privato sociale può continuare a generare a condizione di non abbassarsi alla logica della produttività. Il nostro compito come enti di erogazione è quello di favorire e mantenere viva questa consapevolezza, spingendo il privato sociale a comprendere sempre meglio quale sia la sua missione e, in seconda istanza, aiutarli a realizzarla con gli strumenti che possiamo offrire.

11 giu 2012

Un esempio da seguire: la costituzione di un fondo d'erogazione

I fondi d'erogazione sono un importante mezzo messo a disposizione dalle Fondazioni di comunità  come la Fondazione Clodiense. Questa fondazione ha già  tre fondi attivi ed operativi con i quali è riuscita a realizzare importanti iniziative!!!

Un importante esempio è il seguente...
DAL GESTO ANONIMO DI UN BENEFATTORE NASCE IL FONDO PER BAMBINI E ADOLESCENTI
Una donazione di 20mila euro ne ha permesso la creazione presso la Fondazione comunitaria della Valle d'Aosta Onlus. Saranno sostenute e cofinanziate attività di solidarietà sociale, beneficenza e pubblica utilità
La Fondazione comunitaria apre un fondo privato per bambini e adolescenti
Aosta - L'iniziativa è partita grazie ad una generosa donazione di 20mila euro. Questo nuovo fondo si affianca a quelli, patrimoniali e memoriali, già esistenti e istituiti presso la Fondazione e riportati sul sito www.fondazionevda.it

Ha chiesto di rimanere l'anonimato il benefattore che nei giorni scorsi ha versato 20mila euro alla Fondazione comunitaria della Valle d’Aosta. Grazie a questa donazione l'Ente è riuscito ad aprire un fondo privato con cui saranno sostenute e cofinanziate attività, realizzate in Valle d’Aosta, di solidarietà sociale, beneficenza e pubblica utilità rivolte, in particolare, ai bambini e agli adolescenti.


Il Fondo potrà ricevere donazioni da chiunque, persona fisica o giuridica, fondazione, associazione riconosciuta e non riconosciuta che ne condivida le finalità.


“Questa come le altre donazioni – sostiene Marco Saivetto, vicepresidente della Fondazione comunitaria della Valle d’Aosta – sono testimonianze importanti di come dare concretezza, anche nella comunità valdostana, ai valori del dono e della solidarietà. Per la Fondazione sono segnali importanti dell’autorevolezza e della fiducia che si è conquistata, dopo 4 anni di lavoro, non solo sul fronte istituzionale, ma anche da parte dei privati e della popolazione in generale”.


Questo nuovo fondo si affianca a quelli, patrimoniali e memoriali, già esistenti e istituiti presso la Fondazione e riportati sul sito www.fondazionevda.it


Fonte: Aostasera - Redazione

1 mag 2012

VIDEO: il dott. Casadei spiega le Fondazioni Erogative

Lezione tenuta il 24 aprile presso l'università IULM sulle fondazioni e gli enti d'erogazione ed in particolare sulle fondazioni di comunità

Prima di approfondire le tematice legate alle fondazioni di comunità, è stata illustrata l'eterogeneità, i limiti, lestrategie e i criteri che guidano l'operato degli enti d'erogazione nel nostro Paese.

12 feb 2012

Cos'è la filantropia comunitaria

Ribadire cosa s'intenda con filantropia comunitaria, ossia cosa sia la Fondazione della Comunità Clodiense, può essere utile.

Sul sito di ASSIFERO è ben spiegato; in sostanza...

...la Fondazione della Comunità Clodiense promuove la cultura del dono aiutando i singoli a contribuire al benessere di una particolare comunità locale.
Permette di partecipare alla definizione e realizzazione del bene comune senza per questo doversi impegnare in un movimento politico.
E' un ente non profit il cui fine è quello di migliorare la qualità della vita delle comunità di Chioggia,
Cavarzere e Cona.

La Fondazione Clodiense non cerca soldi per una causa da sè individuata, ma aiuta tutti coloro che sono attivi in una determinata comunità: cittadini, imprese, enti pubblici e privati, a dare il proprio contributo per la realizzazione dei loro valori e ideali, nella consapevolezza di come donare sia un'attività che presuppone delle competenze che vanno al di là della sola buona volontà.

La Fondazione Clodiense infatti:
  • si accolla tutti gli oneri burocratici e amministrativi collegati alla donazione;
  • aiuta i donatori a massimizzare i benefici fiscali;
  • aiuta i donatori a massimizzare i benefici in termini di immagine o garantiscono loro il più totale anonimato;
  • gestisce i rapporti fra i donatori e le organizzazioni che perseguono finalità d’utilità sociale;
  • individua gli investimenti sociali più interessanti e che meglio rispondono alle esigenze e alle sensibilità dei diversi donatori;
  • informa i donatori circa i bisogni e le potenzialità del territorio;
  • garantisce circa l’uso delle somme donate;
  • rendiconta quanto è stato realizzato;
  • crea le condizioni affinché più soggetti finanziatori possano collaborare fra di loro anche organizzando momenti di confronto in cui i singoli donatori possono scambiarsi le loro esperienze ed eventualmente dar vita a progetti comuni;
  • offre la possibilità di costituire fondi patrimoniali per il perseguimento nel tempo di specifiche finalità;
  • costituisce e gestisce fondi patrimoniali che possano garantire la sostenibilità nel tempo di specifiche organizzazioni o progetti;
  • aiuta gli enti erogatori a meglio gestire i rapporti con i singoli territori, aumentando la trasparenza dei finanziamenti e promuovendo campagne di raccolta con cui integrare le loro risorse;
  • offre a tutti l’opportunità di donare secondo le proprie disponibilità, i propri interessi e le proprie sensibilità.

9 mar 2011

Il convegno di Assifero in diretta TV

A partire dalle 10:30 la webtv di Montecitorio (http://webtv.camera.it) trasmetterà in diretta il convegno che Assifero ha organizzato in collaborazione con l'Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà su “Risorse private per il terzo settore”.

Il convegno, che sarà aperto dal vice Presidente della Camera Maurizio Lupi, verrà introdotto da Felice Scalvini, Presidente di Assifero, l’associazione italiana fondazioni ed enti d’erogazione i cui 60 soci hanno erogato nel 2010 circa 100 milioni di euro a sostegno di progetti d’utilità sociale e che in questi ultimi anni sta diventano il punto di riferimento della filantropia istituzionale nel nostro Paese.

La relazione principale sarà tenuta da Dame Suzi Leather, Presidente della Charity Commission dell’Inghilterra e del Galles, da molti considerato il modello a cui ispirarsi per costituire anche in Italia un’authority del terzo settore. Il suo intervento verterà sul ruolo che la Charity Commission nel garantire la crescita del privato sociale, anche attraverso forme di collaborazione con gli stessi enti non profit. In particolare verrà citato l’esempio delle community foundations, le fondazioni di comunità che si stanno sviluppando con notevole successo anche nel nostro Paese e che nel Regno Unito si sono rivelate un importante strumento per promuovere le donazioni per finalità d’utilità sociale. Per perseguire con sempre maggior efficacia questo obiettivo, la loro associazione di categoria, il Community Foundation Network, in collaborazione proprio con la Charity Commission ha sviluppato dei veri e propri standard di settore che devono essere certificati da un valutatore esterno. È questo un esempio forse replicabile anche nel nostro Paese in cui organismi di controllo e associazioni di categoria collaborano per creare le condizioni necessarie allo sviluppo di quella fiducia senza la quale è illusorio pensare di poter catalizzare risorse private per finalità d’utilità sociale.

Queste riflessioni saranno alla base di un dibattito che coinvolgerà Giampaolo Gualaccini, Coordinatore Osservatorio dell’Economia Sociale del CNEL, Aldo Polito, Direttore Servizi ai Contribuenti Agenzia delle Entrate, gli onorevoli Luigi Bobba, Ugo Sposetti e Gabriele Toccafondi, il Sottosegretario del Ministero dell’Economia e delle Finanze Luigi Casero eil Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Maurizio Sacconi.

I lavori proseguiranno venerdì 11 marzo, alle ore 9.15 presso il Centro Congressi Enel (Viale Regina Margherita, 125) con il convegno pubblico “Oltre i progetti: responsabilità, potenzialità e strategie della filantropia istituzionale per lo sviluppo del Paese” che sarà coordinato da Stefano Folli del Sole 24 Ore. Oltre alla presentazione di alcuni esempi concreti di come gli enti d’erogazione si sono rivelati catalizzatori di energie e risorse, il convegno prevede le relazioni di Pellegrino Capaldo, Presidente della Fondazione Talenti (“Filantropia istituzionale: forma di una moderna responsabilità civile”) e di Giuseppe De Rita, Presidente della Fondazione Censis (“Promuovere sviluppo, intessere socialità: una sfida possibile?”).

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