| Davanti alla crisi presente, che è essenzialmente crisi di fiducia, le fondazioni di comunità possono svolgere un ruolo fondamentale che va ben al di là delle donazioni raccolte e dei contributi erogati. Il loro compito non può infatti essere quello di tamponare le falle di un welfare che appare in evidente affanno, ma piuttosto quello di, attraverso la promozione della cultura del dono, ristabilire quei legami comunitari che soli possono ridare speranza ad una società che per liberarsi da ogni legame ha finito per isolare e sradicare l'individuo, rendendolo impotente e totalmente dipendente dall'intervento di sempre più complesse macchine burocratiche che peraltro mostrano tutti i loro limiti. |
| E' questo il succo dell'intervento che il Segretario di Assifero ha svolto in occasione del convegno svoltosi il 2 marzo a Udine e promosso dall'Assessorato regionale all'istruzione, università, ricerca, famiglia, associzionismo e cooperazione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia in collaborazione con Assif. |
Visualizzazione post con etichetta ASSIFERO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ASSIFERO. Mostra tutti i post
3 mar 2013
Le fondazioni di comunità davanti alla crisi
Etichette:
ASSIFERO,
FILANTROPIA,
FONDAZIONE
13 dic 2012
IL RUOLO DELLA FILANTROPIA IN UN'ITALIA IN CRISI: RISCHI E OPPORTUNITÀ
di Bernardino Casadei per ASSIFERO
Dovrebbe ormai essere a tutti evidente come oggi la sfida più
importante sia quella di ricostruire un nuovo welfare e che esso dovrà
necessariamente poggiare sulla solidarietà e sulla sussidiarietà. Si
tratta di una sfida che non ci viene imposta solo dal senso di giustizia
che dovrebbe guidare ogni nostro agire, ma anche dalla consapevolezza
di come anche lo sviluppo economico dipenda dalla crescita del privato
sociale. È questo un settore, infatti, che non si limita a distribuire
ricchezza come alcuni potrebbero pensare, ma che oltre a generare valore
che si concretizza nei posti di lavoro che quotidianamente crea, esso
può dare un contributo fondamentale nella creazione di quel capitale
sociale che, a detta di tutti, è un fattore imprescindibile affinché lo
Stato e il mercato possano effettivamente funzionare. Chi crede che il
welfare sia un lusso che non ci si può concedere in momenti di crisi è c
hiaramente ancorato a delle teorie economiche che la realtà si è da
tempo incaricata di smentire.
Naturalmente creare un nuovo welfare non può significare limitarsi ad
integrare i tagli dei trasferimenti pubblici con nuove entrate, siano
esse il lavoro dei volontari o i contributi della filantropia
istituzionale. Una simile illusione oltre a non fare i conti sulle
risorse necessariamente insufficienti che questi mondi sono in grado di
mobilitare, non ne coglie l'essenza e rischia quindi di inaridire la
fonte che è in grado di generarli. Strumentalizzare la generosità o
anche subordinarla alle esigenze produttive rischia infatti di
distruggerla e gli eventuali risparmi che potranno essere conseguiti nel
breve verranno pagati a caro prezzo, come l'involuzione della
cooperazione sociale ci insegna.
Creare un nuovo welfare significa dotare la nostra società di
istituzioni che favoriscano le relazioni umane, senza le quali la
solidarietà e la sussidiarietà non possono manifestarsi ed è questo il
vero compito che attende il privato sociale. La pur importante
produzione di beni e servizi da parte di questo settore deve essere
considerata la conseguenza e non il fine dell'operare degli enti non
lucrativi aventi finalità d'utilità sociale. Solo sfruttando la loro
naturale propensione a creare legami e a generare fiducia sarà possibile
sfruttare pienamente le loro potenzialità e quindi porre le basi per
quella coesione sociale che è condizione imprescindibile non solo per la
crescita morale e civile, ma anche per quella economica e sociale.
Da queste premesse dovrebbe emergere con chiarezza la necessità da
parte degli enti d'erogazione di ripensare radicalmente il proprio
ruolo. Se, per lungo tempo, le fondazioni hanno creduto che il loro
compito fosse incrementare la produttività degli enti non profit,
sperimentare approcci innovativi che altri avrebbero poi dovuto
replicare, aumentare le dimensioni operative delle non profit di
successo, oggi dobbiamo ammettere che questi approcci hanno dato
risultati inferiori alle aspettative. Benché siano stati sostenuti
progetti estremamente interessanti, troppo spesso, a livello di sistema,
la condizione generale è peggiorata.
Forse un modo più efficace per usare le limitatissime risorse di cui
la filantropia istituzionale dispone è quello di farsi catalizzatore
delle energie positive presenti nella nostra società, energie però che
quest'ultima non è in grado di mobilitare. Se invece di lamentarsi per
tutti i problemi che ci affliggono, concentrassimo le nostre energie nel
valorizzare le risorse che ci sono, potremmo forse dare un contributo
ben più rilevante al miglioramento della qualità della vita delle nostre
comunità. Esistono infatti giacimenti enormi di energie rinnovabili che
una società che ha pensato di potersi sviluppare solo trasformando i
vizi privati in pubbliche virtù lascia inutilizzati e che il privato
sociale potrebbe finalmente valorizzare.
Si pensi solo alle donazioni che potrebbero essere mobilitate. Da un
lato esistono ingenti patrimoni di famiglie prive di eredi diretti,
dall'altro il fatto che il nostro Paese abbia un coefficiente di Gini
che misura la disuguaglianza sociale simile a quello degli Stati Uniti
indica come vi siano, pur in mezzo alla crisi presente, un numero
consistente di persone che, se opportunamente sensibilizzate e
coinvolte, hanno sicuramente i mezzi per contribuire al bene comune. Da
questo punto di vista il fundraising ha però mostrato tutti i suoi
limiti. L'obiettivo non deve essere quello di raccogliere fondi, ma
piuttosto quello di aiutare le persone a donare. Si potrebbe pensare che
questa sia una distinzione di lana caprina in quanto il risultato
finale è comunque una donazione. In realtà nel primo caso la tentazione a
strumentalizzare il donatore e a preoccuparsi principalmente dei suoi
soldi è forte, mentre nel secondo caso l'obiettivo è ai
utare il donante a donare, godendo al massimo di tutti i benefici
collegabili a tale atto. Il fatto che due terzi dei donatori che
allegano le proprie donazioni alla dichiarazione dei redditi le
detraggono benché sarebbe per loro sicuramente più conveniente dedurle, è
un indicatore di come l'attenzione nei confronti dei donatori sia
ancora molto limitata, tanto da non aiutarli nemmeno a sfruttare al
meglio i pur magri benefici fiscali attualmente disponibili.
La diffusione dell'intermediazione filantropica e il ruolo che in
essa possono svolgere le fondazioni di comunità e il recente costituito Comitato per il Dono,
potranno dotare il nostro Paese di un'infrastruttura sociale in grado
di mettersi al servizio dei donatori, permettendo loro di vivere
pienamente tutti i benefici collegati alla donazione. Si tratta di
trasformare il dono da un costo, un onere, un dovere, una forma di
tassazione volontaria, in un'opportunità in grado di dare una risposta
convincente ad alcuni dei bisogni fondamentali della persona umana: il
bisogno di identità e di dare un senso alla propria esistenza, quello di
vivere delle relazioni veramente umane perché non strumentali, quello
di sperimentare delle emozioni autentiche in grado di illuminare la
propria esistenza. Si tratta di bisogni profondamente radicati nella
natura umana e ai quali la società in cui viviamo si limita ad
offrire delle illusioni o dei palliativi, mentre tutto coloro che
vivono concretamente l'esperienza del dono possono testimoniare come
essa sia estremamente feconda che può renderci felici, ben più dei tanti
beni di consumo che spesso finiscono per degradarci.
La filantropia istituzionale può svolgere un ruolo importante anche
nel dare una risposta ad una delle sfide più importanti per la nostra
società: come valorizzare i giovani, evitando che questi da risorsa si
trasformino in problema. Bisogna offrire loro opportunità, avere il
coraggio di scommettere su di loro, metterli in condizione di
sperimentare le loro idee. Troppo spesso invece i progetti per i giovani
sono pensati e realizzati da adulti. Questi ultimi potranno forse
essere più efficienti, ma raramente potranno essere più efficaci.
Inoltre non bisogna mai dimenticare il significato educativo nello
sviluppo delle proprie competenze e della stima di sé che la gestione
diretta di un progetto può dare a questi ragazzi, i quali, nel contempo,
potranno diventare più consapevoli dei bisogni che contraddistinguono
la comunità in cui operano. Infine, può essere opportuno ricordare come
il privato soc
iale possa diventare, soprattutto in questo momento storico,
un'importante opportunità di lavoro.
Il modello della Youth Bank, sperimentato per la prima volta in Italia dalla Fondazione Comasca,
in cui giovani sono chiamati e selezionare progetti d'utilità sociale
presentati da loro coetanei, è sicuramente una modalità che si sta
rivelando feconda e potenzialmente in grado di lasciare un segno. Se,
come del resto sta già avvenendo, gli enti d'erogazione dovessero poi
dare la loro disponibilità a sostenere per alcuni anni le idee più
promettenti, quelle che potranno conseguire una propria sostenibilità
economica, allora sarà forse possibile innescare un circolo virtuoso in
grado di dare un contributo importante alla crescita della società
civile.
La filantropia può anche svolgere un ruolo importante nello sviluppo
delle tanto invocate reti. Bisogna però essere consapevoli che ciò non
può avvenire semplicemente erogando dei contributi supplementari ai
progetti in rete, dato che troppo spesso queste si realizzano solo sulla
carta. Affinché le sinergie possano veramente manifestarsi è
necessario, da un lato, promuovere lo sviluppo di una visione comune e,
dall'altro, creare le condizioni affinché si rafforzino la conoscenza,
il rispetto reciproco e quella fiducia senza la quale le relazioni
finiscono necessariamente per diventare strumentali e poco feconde.
La sperimentazione dell'impatto collettivo, spesso promosso grazie
agli enti d'erogazione, sta mostrando come un approccio che favorisca
l'elaborazione di un'agenda comune in cui tutti i partecipanti
condividono la visione e la missione, permetta di individuare indicatori
condivisi, crei le condizioni per il coordinamento fra le varie
attività, così che queste possano rinforzarsi mutualmente, stimoli una
comunicazione continua fra i partecipanti e la comunità nel suo
complesso, possa coinvolgere centinaia di realtà provenienti da tutti i
settori e conseguire risultati veramente notevoli. L'esperienza però
insegna come un simile approccio implica un investimento di lungo
periodo e la creazione di una struttura di supporto che garantisca le
condizioni per la collaborazione.
In una società dispersiva come la nostra non è però più possibile
dare per scontato che la gente si conosca e collabori autonomamente. Per
questo è necessario il contributo da parte di un soggetto che abbia
come unico fine quello di aiutare i partecipanti a elaborare una visione
comune senza cercare di imporre una propria agenda. Gli enti
d'erogazione, oltre a mobilitare le risorse necessarie per creare una
struttura di supporto che abbia come fine quello di garantire le
condizioni per la collaborazione, possono svolgere un ruolo fondamentale
nell'aiutare i partecipanti a superare una certa diffidenza reciproca
che, dobbiamo ammetterlo, è abbastanza diffusa nel nostro settore.
L'essere indipendenti, neutrali e in grado di mobilitare risorse
economiche può permettere loro di dare un contributo fondamentale alla
sperimentazione, anche nel nostro Paese di un approccio che sta già
dando dei risultati molto positivi.
Per concludere se gli enti d'erogazione vogliono sfruttare le
opportunità che la presente crisi offre ed evitare di essere
strumentalizzati da chi mira solo ai loro soldi è indispensabile essere
strategici ossia darsi degli obiettivi, individuare una strada per
conseguirli e dotarsi di indicatori che aiutino a capire se
effettivamente si sta andando nella direzione corretta. In realtà il
compito è forse meno difficile di quanto si possa immaginare.
L'obiettivo è evidente: creare un nuovo welfare fondato sulla
solidarietà e sussidiarietà, la strada è quella della valorizzazione
delle energie positive presenti nella nostra società e del rafforzamento
dei legami comunitari. Non manca che l'elaborazione di alcuni
indicatori per potersi tuffare in un'avventura, certo difficile, ma che
potrebbe permettere agli enti d'erogazione i affermare una loro identità
capace di contribuire a realizzare qualcosa di cui tutti
oggi sentono un così evidente bisogno, ma nessuno, fino ad ora, sembra
in grado di iniziare.
Etichette:
ASSIFERO,
FILANTROPIA,
FONDAZIONE
28 nov 2012
Il Dono è un fattore di sviluppo
Tratto da "Il dono come fattore di sviluppo" di Bernardino Casadei
Il dono non è semplicemente un atto di generosità, esso è un fattore
di sviluppo forse addirittura più importante del tanto ricordato
interesse. L'averlo dimenticato è forse il limite maggiore della
riflessione economica, la quale si sta rivelando manifestamente incapace
di interpretare la realtà in cui viviamo. Se infatti noi pensiamo alla
nostra vita scopriremo che gran parte dei nostri atti non sono mossi da
un'attenta ponderazione delle nostre utilità marginali, ma piuttosto dal
desiderio di fare qualcosa di bello, buono, giusto e vero. Diventa
quindi indispensabile, soprattutto in un momento di crisi come
l'attuale, valorizzare le energie che questa propensione è in grado di
generare, evitando di confinarle, così come troppo spesso avviene, nella
sfera privata di ciascu
n individuo.
Le più attente analisi dell'attività produttiva stanno infatti
dimostrando come anche nella vita delle imprese il dono svolge un ruolo
fondamentale. Se ognuno si limita a rispettare le proprie mansioni, non
ci mette del proprio, non va oltre, spesso senza alcuna speranza di
veder premiato questo impegno, soprattutto in una società in cui il
modello fordista in cui la macchina poteva imporre il proprio ritmo al
lavoratore è ormai definitivamente tramontato e in cui la motivazione
del singolo svolge un ruolo fondamentale, l'azienda finisce per perdere
la propria capacità innovativa e le procedure, per quanto sofisticate
possano essere, non la salveranno dal declino e, in ultima analisi, dal
fallimento. Le dinamiche che contraddistinguono la crisi presente lo
dimostrano ampiamente.
Ma donare non è facile. In una società complessa come la nostra,
senza adeguate infrastrutture, diventa impossibile dare concretezza a
questa esigenza e vivere il dono. La nostra società si è infatti
strutturata come se il dono non esistesse o non potesse che avere un
ruolo residuale, destinato a scomparire grazie all'evoluzione della
tecnica e della pianificazione sociale. Così abbiamo sviluppato
strutture sofisticatissime che ci permettono di fare qualsiasi cosa, ma
nel contempo abbiamo approfondito l'isolamento degli individui,
incrinato i rapporti di fiducia, moltiplicato le relazioni di oneri
burocratici i quali diventano ostacoli quasi insormontabili per chiunque
voglia vivere pienamente la dimensione del dono.
Per questo il vero valore aggiunto
della filantropia istituzionale nel suo complesso non sono tanto i pur
importantissimi servizi che è in grado di generare, ma piuttosto nella
sua capacità di ricreare questa rete di cui abbiamo un così evidente
bisogno. Con questo non voglio assolutamente negare l'importanza di tali
servizi i sono indispensabili per contribuire a realizzare quella
comunità solidale e sussidiaria che l'unica vera alternativa alla crisi
del welfare. Essa con il suo stesso esistere infatti contribuisce a
creare comunità, a sviluppare quel capitale sociale che è alla base di
ogni crescita non solo morale e civile, ma anche economica e sociale e
senza il quale né lo Stato, né il mercato possono funzionare.
Accanto alla funzione sociale della filantropia istituzionale,
funzione che dovrebbe interessare i politici, gli studiosi, gli opinion
maker, ma che potrebbe forse lasciarci indifferenti, c'è ne è un'altra
che invece riguarda ciascuno di noi. Essa, ed è questo forse l'aspetto
più importante, offre ad ognuno di noi un'opportunità unica per vivere
concretamente l'esperienza del dono che non è, come troppo spesso è
stata presentata, un dovere, un obbligo, una sorta di tassazione
volontaria a cui sommettersi per senso civico, ma un'opportunità per
dare una risposta ad alcune esigenze fondamentali della natura umana,
esigenze a cui la nostra società non sembra in grado di offrire risposte
convincenti: il bisogno di definire ed affermare la propria identità,
quello di vivere relazioni veramente umane con il proprio prossimo
perché non strumentali e quello di sperimentare le emozioni autentiche
di cui ab
biamo un così evidente bisogno.
In ultima analisi vivere il dono significa evitare che la nostra
esistenza si riduca ad una continua lotta per cercare di soddisfare in
modo effimero effimeri bisogni.
Etichette:
ASSIFERO,
CURIOSITà,
DONAZIONI,
FONDAZIONE
28 ott 2012
Rassegna Stampa: Rifondazioni - Mobilitiamoci
MOBILITIAMOCI di Bernardino Casadei
La decisione del Governo di inserire una franchigia sulle
detrazioni e deduzioni relative a donazioni per scopi di pubblica
utilità equivale ad eliminare tale incentivo, in quanto la media delle
detrazioni è inferiore ai 250€, mentre quella delle deduzioni è di poco
superiore. Si tratta di una decisione grave per molteplici ragioni.
Grave innanzitutto perché i beneficiari ultimi di queste donazioni
sono soprattutto i soggetti più poveri e svantaggiati, che rischiano
così di essere ulteriormente emarginati e penalizzati.
Grave perché gli enti non profit, che rappresentano un’importante
opportunità di lavoro soprattutto per le giovani generazioni e che già
devono fronteggiare una drastica riduzione dei trasferimenti pubblici,
rischiano di vedere ulteriormente ridursi una fondamentale fonte
d’entrata, con conseguenze che è facile immaginare.
Grave perché il dono, per sua stessa natura, genera fiducia e
relazioni e quindi quel capitale sociale di cui abbiamo un così evidente
bisogno per rimettere in moto l’economia e superare la crisi presente.
Grave perché non stimolando le donazioni private si ostacola
l’emergere dell’unica alternativa ragionevole alla crisi dello stato
sociale, ossia lo sviluppo di una comunità solidale e sussidiaria.
Grave anche per i conti pubblici, dato che un incentivo a favore
delle donazioni può mobilitare risorse pari sino a cinque volte il suo
costo, risorse che poi vengono, di norma, gestite in modo più efficiente
ed efficace rispetto agli interventi diretti della pubblica
amministrazione. Il Governo sembra dimenticare come, senza l’attività di
prevenzione fatta dal privato sociale, il numero dei casi in cui
l’intervento pubblico è imposto per legge non potrebbe non crescere
esponenzialmente, con costi per l’erario ben superiori ai risparmi
ottenuti riducendo gli incentivi.
Ma ciò che è, a mio avviso, più grave è la sostanziale passività da
parte del terzo settore. Che il Governo nel disperato tentativo di far
quadrare i conti possa fare degli sbagli è comprensibile, ma che il
privato sociale non si mobiliti con tutte le sue energie per evitare
tali errori è molto preoccupante ed è un sintomo di come il nostro mondo
non sappia ancora organizzarsi e lavorare insieme per conseguire
obiettivi comuni nell’interesse di tutti.
Abbiamo relazioni, abbiamo competenze specifiche nella mobilitazione
della società, usiamole. Scriviamo e sensibilizziamo i nostri
parlamentari e i membri del governo, contattiamo giornalisti e opinion
leader, coinvolgiamo le realtà con cui collaboriamo, mettiamo all’opera i
nostri volontari, amici, donatori, insomma, mobilitiamoci non per
difendere interessi corporativi, ma per garantire lo sviluppo del nostro
Paese e costruire assieme una società di cui possiamo essere fieri,
magari approfittando di quest’occasione per promuovere quella cultura
del dono senza la quale ogni progresso si rivela presto falso, illusorio
e sostanzialmente non sostenibile.
Etichette:
ASSIFERO,
DONAZIONI,
EROGAZIONI,
FILANTROPIA,
FONDAZIONE,
RASSEGNA STAMPA
21 ott 2012
Rassegna Stampa: EticaNews
Basta charity, ora wiki-fondazioni
Ebbene, oggi questo soggetto ha il coraggio di denunciare l’inadeguatezza del modello charity su cui per decenni si sono modulati gli interventi locali. E la lucidità per individuare un ribaltamento dei paradigmi, ponendo cioè al centro non più l’attività erogatoria, bensì la costituzione di un network di soggetti per cui la (wiki)erogazione sarà insieme strumento di lavoro, ma anche di co-partecipazione. Di seguito alcuni stralci, con l’invito alla lettura dell’intera relazione.
UN MODELLO DA CAMBIARE
Dopo che, per lungo tempo, si è pensato che la modalità più corretta per perseguire i propri fini fosse l’erogazione a progetti, ora i limiti di questo approccio appaiono sempre più evidenti. Da un lato la difficoltà di individuare iniziative veramente sostenibili, le quali saranno in grado di camminare sulle proprie gambe una volta esaurito il contributo della fondazione spinge molto a chiedersi se effettivamente il modo migliore per investire le proprie risorse sia effettivamente quello di individuare progetti innovativi. Dall’altro la replicabilità delle iniziative di successo appare sempre più problematica e quindi, anche questa strada non sta dando i benefici sperati.CHARITY IN COMPETIZIONE
Nel contempo un’impostazione che mira ad individuare il progetto migliore favorisce l’emergere di una competizione, non sempre positiva fra gli enti non profit i quali rischiano di considerarsi sempre più spesso come potenziali concorrenti invece di partner. Si arriva così ad una situazione schizofrenica per cui, da un lato, si proclama la necessità di fare rete e ci si lamenta delle difficoltà che incontrano gli enti senza finalità di lucro a collaborare gli uni con gli altri, ma, dall’altro, si incentivano di fatto comportamenti che vanno nella direzione opposta.OBIETTIVI STRUMENTALI
Gli enti erogatori devono da parte loro ammettere che i tentativi di promuoverle (le reti, ndr) attraverso gli incentivi economici si sono rivelati, nella maggior parte dei casi, poco efficaci. Tutti sappiamo che tali partnership vengono siglate solo con l’obiettivo di conseguire il contributo, ma che in realtà ognuno continua ad operare autonomamente, dato che gli accordi sono puramente strumentali e hanno quasi esclusivamente un carattere formale.IL RUOLO DELLA FIDUCIA
Generare una relazione è in realtà un’operazione complessa e difficile in quanto essa dipende da quello che oggi è uno dei beni più scarsi nella nostra società: la fiducia. Creare fiducia implica tempo, ma anche accortezza e delicatezza. Si tratta di un investimento importante i cui benefici, per quanto reali, non sono però né prevedibili, né facilmente misurabiliUN IMPATTO COLLETTIVO
Una modalità per cercare di sfruttare al meglio questo potenzialità a favorire una strategia che permetta di perseguire un impatto collettivo che possa valorizzare le energie che i vari settori possono mettere a disposizione del bene comune può essere quella di partire da un problema concreto, rilevante, ma ben circoscrivibile e quindi riunire le realtà che sene occupano direttamente, promuovendo una serie di incontri che permettano di creare il gruppo, favorendo l’emergere di una conoscenza e di relazioni reciproche. Naturalmente è anche necessario porsi degli obiettivi specifici, quali potrebbe essere il dar vita ad una campagna comune di raccolta fondi.PROMUOVERE WIKI-PROGETTI
Infine si tratta di offrire a tutti coloro che vivono ed operano in un determinato territorio un’opportunità concreta per diventare protagonisti nello sviluppo di quella comunità solidale sussidiaria da tutti invocata, ma per la realizzazione della quale non sono ancora stati trovati quegli strumenti concreti che ognuno di noi possa utilizzare nella propria vita quotidiana, nella consapevolezza che questo sforzo, non è solo importante per dare una risposta ai problemi sociali che ci affliggono, ma anche e soprattutto per illuminare l’esistenza di ciascuno di noi con relazioni che siano veramente umane perché non strumentali, per rafforzare la nostra identità dando un senso alla nostra vita e per sperimentare quelle emozioni autentiche e profonde di cui tutti noi abbiamo un così evidente bisogno.
Etichette:
ASSIFERO,
DONAZIONI,
EROGAZIONI,
FONDAZIONE
15 lug 2012
Non siamo bancomat!?
di Bernardino Casadei
Vita.it
Vita.it
Spesso i responsabili degli enti d’erogazione esprimono l’esigenza di non essere trattati come bancomat.
Si tratta di un’esigenza giusta e comprensibile. Se però viene chiesto a
quegli stessi responsabili di descrivere la loro attività, la loro
risposta non è molto diversa da quella che potrebbe dare un: abbiamo
erogato x euro a favore di y iniziative.
La causa di questa contraddizione deve essere cercata nelle difficoltà che il mondo della filantropia istituzionale incontra nel cercare di definire il proprio valore aggiunto
per cui alla fine il suo contributo viene ridotto alla quantità di
risorse erogate. Si genera così un circolo vizioso per cui l’unico
criterio diventa il rapporto fra i costi di gestione e il valore delle
erogazioni, con conseguente disincentivo alla crescita qualitativa degli
enti d’erogazione che si trasformano in elemosinieri sino a quando,
stufi di questo ruolo, decidono di diventare enti operativi.
Il vero compito del Consiglio d’Amministrazione non è dunque quello
di individuare il progetto migliore, magari grazie a qualche magico
algoritmo che è stato a lungo cercato di trovare come novella pietra
filosofale, ma piuttosto quello di definire la propria missione,
trasformando il mandato statutario in una visione operativa che tenga
conto sia delle esigenze degli eventuali donatori, sia delle opportunità
che il continuo evolversi della società non cessa mai di presentare.
Non è un caso che nelle fondazioni internazionali con maggiore
esperienza raramente il Consiglio delibera sulle singole erogazioni. Il
ruolo del Consiglio, soprattutto quando rifiuta il ruolo di
elemosiniere, è infatti quello di approvare le strategie, scegliere i responsabili operativi e individuare gli indicatori
che lo aiuteranno a capire se effettivamente la rotta è quella
corretta, senza naturalmente illudersi che una qualsiasi equazione,
anche la più sofisticata, possa sostituire il giudizio umano.
Se non si vuole trasformare gli enti d’erogazione in elemosinieri o
in semplici bancomat e di fatto rinunciare a gran parte del valore
aggiunto che il mondo della filantropia istituzionale può generare per
la crescita della nostra comunità civile, è indispensabile riscoprire
un’evidenza che però troppo spesso dimentichiamo, ossia che le erogazioni non sono il fine, ma il mezzo per perseguire un fine
che deve essere definito in modo rigoroso, anche se con l’umiltà di chi
riconosce che la società è ben più complessa di ogni nostra
interpretazione, nella consapevolezza che i risultati trascenderanno
sempre i nostri sforzi.
Naturalmente dato che i fini saranno diversi e specifici per ciascuna
realtà, diversi saranno anche gli indicatori che ognuno sceglierà per
descrivere in modo sintetico le proprie attività. Accanto però ai fini
ed indicatori specifici sarebbe importante individuare una finalità che possa in qualche modo coinvolgere l’intero mondo della filantropia istituzionale. Si tratta di un compito difficile, ma strategico per l’intero settore.
Forse una via per conseguire questo obiettivo potrebbe essere quella
di partire da un’immagine che sorge spontanea quando si parla della
filantropia istituzionale, ossia l’immagine del lievito.
Le risorse della filantropia istituzionale sono infatti molto limitate
ed incapaci di risolvere qualsiasi problema, esse però, se utilizzate
strategicamente, possono essere dei catalizzatori in grado di mobilitare
importanti risorse aggiuntive. Forse se fossimo i grado di raccogliere il valore delle risorse aggiuntive che i contributi degli enti d’erogazione sono stati in grado i catalizzare avremmo un proxy in grado di darci un’idea del valore aggiunto della filantropia istituzionale del nostro Paese.
Etichette:
ASSIFERO,
CURIOSITà,
FILANTROPIA,
PRO FONDAZIONE,
RASSEGNA STAMPA
5 lug 2012
Rifondare le Fondazioni
di Bernardino Casadei
per Vita.it
per Vita.it
Benché le fondazioni siano un istituto secolare del nostro diritto
civile, in realtà esse sono una scoperta recente per la nostra società.
Fino a pochi decenni fa erano considerate un residuo di epoche ormai
definitivamente tramontate. Potrebbe perciò sembrare strano esprimere
l’esigenza di rifondare delle realtà che, nella maggior parte dei casi,
hanno meno di dieci anni di vita se non ché, anche una riflessione
superficiale, mostra con chiarezza come questa crescita nasconda troppo
spesso la volontà di utilizzare in via strumentale un istituto che può
essere gestito in modo sostanzialmente non democratico e poco
trasparente. Gli scandali che coinvolgono fondazioni sono una prova
evidente di come questo istituto abbia la necessità di essere
profondamente ripensato attraverso uno sforzo volto a riscoprirne il
vero senso e significato.
La cultura giuridica di questi ultimi decenni è talmente decaduta che
sono pochi coloro che riescono a comprendere l’essenza di un istituto
la cui unicità sta proprio nel fatto di non avere padroni. Il pensiero
strumentale è talmente penetrato nelle nostre abitudini mentali che i
più non riescono a capire cosa sia la personalità morale, il vero
fondamento della soggettività giuridica, e riducono il tutto alla mera
limitazione della responsabilità patrimoniale. In altre parole, non si
acquista più la dignità di persona in quanto si persegue uno scopo
talmente nobile da poter essere identificato con la manifestazione del
corpo mistico e quindi degno di diventare un fine in sé, un fine che
trascende anche le persone che hanno deciso di promuoverlo, ma
semplicemente perché si dispone di un patrimonio, peraltro alquanto
ridotto, con il quale garantire eventuali creditori.
Da parte loro gli organi di controllo, dopo aver dato vita a
comportamenti quasi vessatori al momento del riconoscimento, se ne
disinteressano quasi totalmente, rinunciando a qualsiasi verifica che
garantisca l’effettivo rispetto delle finalità statutarie. È poi
mentalità corrente vedere nella fondazione uno strumento nelle mani del
fondatore che ne può fare quello che più l’aggrada, dimenticando che
essa non ha padroni e che anche il fondatore deve essere al servizio dei
valori e dei principi in essa incarnati, poco importa che sia stato lui
a volerli istituzionalizzare permettendo loro di vivere autonomamente.
Rifondare l’istituto della fondazione significa perciò riscoprirne
l’essenza nella speranza che un’organizzazione che non è riconducibile
ai principi del diritto soggettivo e degli interessi legittimi, che
rifiuta nella sua essenza quel pensiero strumentale e quell’approccio
riduzionistico che finisce necessariamente per negare la dignità della
persona umana, potrebbe porci nelle condizioni di cogliere quelle
prospettive originali senza le quali diventa difficile superare la crisi
presente e tutti i pur lodevoli tentativi di razionalizzazione e di
lotta agli sprechi rischiano di avere la stessa efficacia delle grida
manzoniane.
Etichette:
ASSIFERO,
associazioni,
FILANTROPIA,
FONDAZIONE
26 giu 2012
Le Fondazioni di Comunità in Italia: uno sguardo d'insieme
di Lorenzo Bandera
17 maggio 2012
http://secondowelfare.it/terzo-settore/fondazioni/le-fondazioni-di-comuita-in-italia.html
Cosa sono le fondazioni di comunità?
Le fondazioni di comunità sono enti non profit di diritto privato
il cui obiettivo è quello di migliorare la qualità della vita della
comunità presente su uno specifico territorio e promuovere al loro
interno la cultura del dono e della solidarietà. A differenza di altri
soggetti non profit queste organizzazioni non hanno come scopo
l’accumulo di risorse per il perseguimento di una causa precisa,
individuata dall’organizzazione stessa in base alle necessità del
territorio, ma puntano piuttosto a favorire l’attività filantropica dei
soggetti attivi della comunità, siano essi cittadini, imprese, enti
pubblici od organizzazioni del Terzo settore. Le fondazioni di comunità
hanno come finalità la promozione della cultura della donazione e si
prefiggono di stimolare erogazioni e contributi a favore di progetti
d’utilità sociale rimuovendo tutti quegli ostacoli di natura culturale,
fiscale, legale ed amministrativa che normalmente impediscono ai membri
di una comunità di contribuire allo sviluppo del bene comune.
Queste realtà sono nate negli Stati Uniti quasi un secolo fa, nel
1914, per organizzare e canalizzare forme di filantropia basate su
erogazioni provenienti da trust gestiti dalle banche, creati da soggetti
facoltosi per il perseguimento di scopi caritatevoli. Le fondazioni di
comunità si sono diffuse principalmente in Nord America e solo nel corso
degli anni Novanta hanno iniziato a svilupparsi, con modalità e
tempistiche diverse, anche nel resto del mondo. Negli Stati Uniti le communities foundation
hanno svolto e svolgono tuttora un ruolo importante in molteplici aree
del Paese, indirizzando e coordinando le risorse presenti sul territorio
verso tutti quegli enti e attività ritenute socialmente utili per la
comunità. Attualmente negli Stati Uniti se ne contano oltre 700, come
mostrano anche i dati del Foundation Center, e il loro valore economico sia in termini patrimoniali che di risorse erogate risulta essere particolarmente significativo.
La nascita delle fondazioni di comunità italiane ad opera di Fondazione Cariplo
In Italia le fondazioni di comunità sono un fenomeno relativamente
recente, che tuttavia negli ultimi anni si è sviluppato con crescente
intensità. E’ infatti del 1997 la decisione della Fondazione Cariplo di attivare un progetto, ispirato al modello delle sopracitate community foundations
americane, volto alla creazione di fondazioni di comunità in tutte le
province della Lombardia e nelle province piemontesi di Novara e del
Verbano-Cusio-Ossola. Le motivazioni che hanno spinto Cariplo ad
investire sulle fondazioni di comunità sono varie, ma indubbiamente fra
di esse si registra la necessità da parte della Fondazione di rafforzare
i contatti coi territori e le comunità locali. Dopo l’approvazione
della legge sulla ristrutturazione del sistema creditizio italiano (legge 30 luglio 1990, n.218,
nota anche come “legge Amato”), che imponeva agli istituti bancari la
divisione tra attività di credito e attività di beneficenza, Cariplo si
era infatti trovata priva di propri referenti sul territorio, ruolo
precedentemente ricoperto dalle filiali del gruppo bancario. Da qui la
scelta di investire sul progetto Fondazioni di comunità, che sembrava in
grado di rispondere parzialmente a questa problematica che limitava la
capacità operativa della Fondazione verso le comunità locali. Tra il
1999 e il 2006 Cariplo ha costituito 15 fondazioni di comunità, ovvero
quasi la metà delle 32 attualmente presenti in Italia.
Obiettivi, strumenti e risorse delle fondazioni di comunità
Le fondazione di comunità non si limitano all’erogazione di
risorse, ma puntano alla creazione di network che mettano in contatto
donatori, investitori, istituzioni e organizzazione del Terzo settore
presenti in un dato territorio. Una rete, dunque, potenzialmente in
grado di coinvolgere attori sia pubblici che privati nella realizzazione
di opere di utilità sociale e, soprattutto, che mira ad un
coinvolgimento crescente dei cittadini nelle attività della fondazione.
Attraverso la creazione di bandi tematici, ad esempio, le fondazioni non
solo hanno la possibilità di erogare risorse a vantaggio di molteplici
soggetti presenti sul territorio (che possono andare dalle
organizzazioni non profit agli enti pubblici, dalle società sportive
dilettantistiche agli enti religiosi), ma anche quella di assistere e
supportare tali realtà tanto nell’elaborazione quanto
nell’implementazione dei progetti presentati. In questo modo la
fondazione va oltre il ruolo erogativo, presentandosi come soggetto
attivo nello sviluppo di azioni favorevoli al territorio, e
potenzialmente in grado di svolgere una funzione di valutazione delle
misure promosse.
Le
fondazioni offrono indubbi benefici alle organizzazione del Terzo
settore presenti sul territorio, ma notevoli sono anche i vantaggi
offerti ai potenziali donatori. Le fondazioni infatti fornisco a coloro i
quali desiderano investire in ambito filantropico una serie di
strumenti flessibili che possono incoraggiare l’impegno di risorse
finanziarie. La struttura della fondazione permette infatti di
diversificare sia la modalità che l’oggetto delle donazione,
l’integrazione con altre risorse a disposizione del patrimonio della
fondazione, una gestione professionale delle erogazioni, il supporto
legale relativamente ai benefici fiscali, l’adempimento di oneri
burocratici e la pubblicizzazione dell’attività filantropica.
La
molteplicità di fondi costituiti all’interno delle fondazioni dimostra
la flessibilità degli strumenti messi a disposizione di chi ha desiderio
di donare per sviluppare la propria comunità. Oltre ai fondi di
erogazione, destinati alla realizzazione immediata o dilatata nel tempo
di uno specifico progetto, possono esistere diversi fondi patrimoniali,
le cui rendite vengono destinate a sviluppare opere indicate dal
donatore attraverso un’ampi gamma di possibili criteri. Possono essere
ad esempio costituiti fondi per la comunità, il cui reddito è destinato
ai bisogni di una particolare comunità o territorio; fondi alla memoria:
costituiti per onorare la memoria di un proprio caro con interventi nei
settori a cui era particolarmente legato; fondi d'impresa: costituiti
da singole imprese per la gestione delle proprie attività filantropiche;
fondi per area di interesse, il cui reddito è destinato ad una
particolare area di intervento sociale; fondi con diritto di utilizzo o
indirizzo, in cui cioè il donatore indica di volta in volta i
beneficiari della donazione; fondi di categoria, costituiti da
organizzazioni di categoria per promuovere l'immagine del proprio ente e
favorire le donazioni dei propri membri o associati; fondi correnti,
che danno la possibilità di elargire non solo gli interessi maturati ma
l’intera somma su richiesta del donatore. La denominazione o lo scopo
dei fondi possono variare da fondazione e a fondazione, ma l’elenco
sopra proposto permette di percepire la varietà di opzioni tra cui un
soggetto può scegliere nel momento in cui decide di donare attraverso
una fondazione di comunità.
L’intervista a Bernardino Casadei, presidente di Assifero.
Per
aiutarci a capire meglio quale ruolo svolgono e potrebbero svolgere le
fondazioni di comunità nel nostro Paese abbiamo chiesto a Bernardino
Casadei, Segretario Generale di Assifero,
di concederci un’intervista inerente questo tema. Assifero,
Associazione Italiana Fondazioni e Enti di Erogazione, raccoglie diverse
realtà (elenco dei soci) che
svolgono attività erogativa a vario titolo. Tra di esse possiamo
rintracciare enti di erogazione indipendenti, fondazioni di famiglia,
fondazioni d’impresa, fondazioni private e le citate fondazioni di
comunità. Bernardino Casadei prima di assumere la carica di Segretario
Generale di Assifero ha collaborato con Fondazione Cariplo come Project
Manager del Progetto Fondazioni di Comunità, attraverso il quale è stata
possibile l’introduzione di questa tipologia organizzativa anche nel
nostro Paese.
Dott. Casadei, ci potrebbe brevemente descrivere come si sono diffuse le fondazioni di comunità in Italia?
L’introduzione delle Fondazioni di Comunità (FC) in Italia è
avvenuta grazie all’impegno della Fondazione Cariplo. Quando nel 1996 ho
iniziato a presentare l’ipotesi delle FC a Giuseppe Guzzetti, allora
consigliere di Fondazione Cariplo, in Italia pochissimi avrebbero saputo
spiegare cosa fossero questi soggetti. Perché Cariplo decise di
investire su questa strada? La ragione principale era legata ad una
problematica interna a Cariplo: con la separazione ufficiale dalla banca
la Fondazione aveva perso il contatto con le filiali del gruppo
bancario, ovvero con quelle realtà che per anni erano state le referenti
locali per la gestione della beneficienza. Fondazione Cariplo aveva la
necessità di trovare un nuovo modo per gestire i propri contatti sul
territorio della Lombardia (e nelle province di Novara e Verbania),
soprattutto in relazione alla gestione delle erogazioni medio-piccole.
Gestirle centralmente rischiava infatti di risultare eccessivamente
oneroso, comportando conseguentemente la diminuzione dei contributi
realmente erogati. Davanti a questo problema è stata presentata
l’ipotesi, fondata sull’esperienze americane della Kellogg Foundation in Michigan e del Gift Giving Program in Indiana,
di dar vita a degli enti autonomi che potessero essere anche partner
naturali della fondazione Cariplo nella gestione delle erogazioni sul
territorio. Questa, se vogliamo, era la motivazione interna, più
tecnica, del progetto. L’altra importante ragione era invece la volontà
di creare un’infrastruttura in grado di mobilitare le donazioni,
democratizzare la filantropia istituzionale e favorire l’emergere di
elargizioni da e per il territorio. Pochissimi credevano che il progetto
scaturito da queste ipotesi iniziali, soprattutto relativamente alla
seconda, potesse funzionare in qualche modo. Eppure sono state create 15
Fondazioni di comunità legate al progetto Cariplo. Dieci hanno
completato il “progetto sfida” nei termini stabiliti, due sono un po’ in
ritardo ma sono anch’esse in dirittura d’arrivo, mentre tre lo stanno
ancora realizzando. “Completare la sfida” significa che la Fondazione di
Comunità nel corso di un periodo di 10 anni, è riuscita a raccogliere
autonomamente 5 milioni di euro in donazioni patrimoniali, e che
pertanto ha diritto all’ottenimento di altri 10 milioni provenienti da
Fondazione Cariplo.
Può spiegarci meglio questo sistema?
Se le FC riescono a raccogliere 5 milioni destinati alla
costituzione del loro patrimonio la Fondazione Cariplo si impegna a
fornire alle stesse altri 10 milioni. In estrema sintesi il progetto
funziona così: al momento della costituzione dell’ente la Fondazione
Cariplo crea al proprio interno un fondo patrimoniale di 5 milioni di
euro specificamente destinato alla neonata FC, da cui inizialmente si
prelevano i soldi necessari per ottenere il riconoscimento della FC.
Ogni anno la fondazione Cariplo fornisce alla FC la rendita derivante
dal fondo, calcolata sul tasso ufficiale di sconto maggiorato dello
0.5%, a condizione che la FC nel corso dell’anno sia stata in grado di
raccogliere almeno 516.000 € destinati al patrimonio. Se la fondazione
non riesce a raccogliere tali risorse gli interessi del fondo vengono
congelati fino al raggiungimento della quota prevista. Pertanto in 10
anni la FC dovrebbe raccogliere, per godere degli interessi maturati dal
fondo istituito da Cariplo, un totale di oltre 5 milioni di euro
destinati all’aumento del proprio patrimonio. Se la FC riesce in questa
“sfida” Fondazione Cariplo si impegna a raddoppiare quanto raccolto,
erogando altri 10 milioni di euro “premio” e portando il patrimonio
della FC a ben 15 milioni.
Questo sistema ha funzionato?
Ha funzionato quasi dappertutto, solo le FC di Cremona e Pavia
hanno avuto alcuni problemi che tuttavia sono stati quasi completamente
risolti. Le fondazioni, una volta completata la “sfida” hanno
teoricamente a disposizione un fondo di almeno 15 milioni di euro che in
alcuni casi, come per esempio a Novara, è cresciuto ulteriormente fino
al raggiungimento di oltre 20 milioni di patrimonio.
Quali sono i vantaggi che le FC offrono alle organizzazioni del Terzo settore e ai donatori?
I donatori attraverso una FC possono godere dei vantaggi di una
propria fondazione senza doversi assumere gli oneri ad essa collegati.
Tutti gli aspetti gestionali e burocratici sono infatti svolti dalla
fondazione di comunità, mentre i donatori possono invece godere di tutti
i benefici fiscali del caso. Parimenti gli enti non profit attraverso
la collaborazione con la FC offrono ulteriori garanzie ai donatori circa
le proprie attività, e attraverso la fondazione sono in grado di
gestire alcuni tipi di donazioni, come i lasciti testamentari, la cui
gestione risulta essere tutt’altro che semplice. Questi vantaggi sono
notevoli per le piccole organizzazioni del Terzo settore, ma anche le
grandi possono ottenere benefici avvalendosi della collaborazione con
una FC. Faccio un esempio: se come donatore volessi fare una donazione
personale alla sezione del Wwf del mio territorio questa, per
regolamento interno, dovrebbe essere destinata alla sede centrale del
Wwf di Roma. Quindi, se volessi avere la certezza che quel denaro andrà a
sostenere progetti svolti dalla sezione del Wwf del mio territorio, non
potrei avere alcun tipo di garanzia. Creando un fondo presso la
FC questa problematica viene superata: la fondazione è in grado di
fornire ogni anno al progetto del Wwf del territorio da me indicato la
mia donazione, garantendomi pertanto la certezza sulla destinazione
delle risorse fornite. Ovviamente le cose sono spesso più articolate di
così, ma questo piccolo esempio rende l’idea di come la fondazione possa
essere una risorsa sia per i donatori che per le organizzazioni del
Terzo settore, sia grandi che piccole, presenti sul territorio.
Potrebbe spiegarci meglio quali benefici fiscali può avere un’azienda donando attraverso una FC?
L’azienda ha tre vantaggi dal punto di vista fiscale. In primo
luogo ha un vantaggio dal punto di vista burocratico/amministrativo.
Un’azienda potrebbe anche decidere di donare a una Onlus senza passare
per la FC, tuttavia attraverso la mediazione della fondazione l’azienda
può decidere di donare, e godere dei relativi benefici fiscali, anche
senza aver deciso la destinazione ultima della donazione. L’azienda può
infatti donare alla fondazione prima della scadenza dell’anno fiscale e
decidere in un secondo momento come investire quel denaro. Dal punto di
vista amministrativo c’è quindi un vantaggio temporale, perché è
possibile donare pur non sapendo a quali progetti destinare quella
donazione. Questa è una possibilità molto importante non solo in termini
fiscali: attraverso un’unica donazione si può decidere di finanziare
più progetti pur non avendo ancora deciso nello specifico come, quando e
quali iniziative sostenere. Senza passare dalla FC ogni progetto
dovrebbe invece essere previsto e documentato nella redazione del
bilancio, un fattore che indubbiamente può disincentivare la donazione.
Secondo: finanziando la fondazione, che è una onlus garantita, non è più
necessario andare a verificare se le organizzazioni a cui si vuole
donare sono affidabili e/o permettono di ottenere benefici fiscali. E’
la fondazione che effettua questi controlli e garantisce la possibilità
di detrazione donando a quel progetto. Terzo: attraverso la fondazione è
possibile finanziare progetti di carattere sociale anche di enti che
non hanno fine di lucro ma sono privi della qualifica di Onlus, cosa che
non sarebbe fattibile attraverso un’azione diretta.
Secondo lei non c’è il rischio che le FC contribuiscano a promuovere a un tipo di filantropia ormai considerata sorpassata?
In primo luogo ritengo che questo tipo di filantropia non sia
affatto sorpassata, e che anzi ci sia un grande ritorno a questo tipo di
approccio fondato sul dono. L’Italia ha sempre avuto una grande
tradizione filantropica, che tuttavia dall’unità in avanti è stata
volutamente distrutta e sradicata. Inoltre bisogna considerare come i
donanti, attraverso il sistema delle FC, non siano riconducibili ad
un’unica categoria, ma possano provenire dai contesti sociali più
disparati. Il donante si trova di fronte a uno strumento per la gestione
dell’aspetto finanziario, dopo di che se vuole partecipare direttamente
allo sviluppo del progetto può farlo tranquillamente, così come può
decidere di limitarsi alla donazione e basta. Attraverso le modalità
operative delle FC diventa inoltre più facile stabilire relazioni con
altri donatori. Per esempio un’esperienza molto diffusa all’estero è
quella dei giving circle:
donatori che si mettono insieme per attivare progetti che altrimenti
non si azzarderebbero a intraprendere da soli. La FC in questo caso può
svolgere il ruolo di agente fiscale, di supporto
burocratico/amministrativo, offrendo servizi che un gruppo eterogeneo di
donatori difficilmente sarebbe in grado di svolgere autonomamente.
Ribadisco: la FC è uno strumento che può essere utilizzato in diversi
modi, a seconda della sensibilità di chi decide di usufruirne. Ci può
essere il soggetto che decide di donare e basta, così come può esserci
quello che decide anche di farsi coinvolgere direttamente nelle attività
che finanzia. In tutti i casi, comunque, i problemi che potrebbero
emergere per il donatore dal punto di vista burocratico sono già
superati, in quanto affidati a un soggetto, la FC, in grado di
risolverli al posto di chi dona. Altra cosa da non sottovalutare: le
persone possono considerare bello e interessante donare, ma viviamo una
società estremamente frenetica e quindi se non ci si pone nelle
condizioni di farlo si finisce col rimandarlo continuamente. Attraverso
la FC invece anche questo rischio è limitato. Io per primo, ad esempio,
ho un mio fondo presso la Fondazione di Como, luogo dove abito, che
finanzio una volta l’anno. Può capitare che passino dei mesi, anche
degli anni, senza che quel denaro venga utilizzato, ma so che ci sono e
che prima o poi potranno essere sfruttati adeguatamente. Come poi
approcciarsi all’utilizzo dipende dalla volontà del donante. In sintesi:
la FC mette a disposizione del donante una serie di servizi e
competenze che favoriscono la cultura del dono, come la conoscenza
profonda degli enti non profit presenti sul territorio, la possibilità
di creare rapporti con altri potenziali donatori o la facilitazione dei
rapporti con burocrazia e pubblica amministrazione.
Può parlarci delle capacità di investimento delle fondazioni?
Tutte le fondazioni dovrebbero avere una propria strategia di
investimento. La fondazione, semplificando un po’ il discorso, può
ricevere donazioni destinate all’immediato utilizzo per finanziare uno
specifico progetto o associazione, oppure donazioni che non devono
essere spese immediatamente e che quindi vanno a comporre il patrimonio
della fondazione. Il donatore, immettendo denaro nei fondi che
costituiscono il patrimonio della FC, può usufruire di benefici di scala
e vedere aumentare le risorse destinabili all’erogazione, oltre
ovviamente a una serie di vantaggi legati alla gestione intermediata. Il
donatore può quindi decidere di allineare le proprie donazioni con le
strategie di investimento scelte della fondazione, ma può anche
richiedere un tipo di gestione autonoma.
Ma la fondazione così non si assume dei rischi?
Certamente, ma la fondazione ha l’obbligo di investimento. Se non
si investe i soldi si deprezzano, si perdono o non rendono e, di
conseguenza, la fondazione vede diminuire le proprie capacità erogative
di lungo periodo. Questo sicuramente è uno dei punti più fragili sul
quale c’è ancora del lavoro da fare: l’idea che il denaro che la
fondazione ha nel suo patrimonio debba essere investito con una
strategia di lungo periodo non è ancora entrata nelle corde di molti
consigli di amministrazione. Pensi che in Canada un tribunale ha
condannato il Consiglio di Amministrazione di una fondazione perché la
strategia di investimento utilizzata non permetteva un consistente
aumento del patrimonio. Secondo il giudice questa scelta ha indebolito
la disponibilità economica della comunità, e ha pertanto determinato una
condanna per il CdA. Ora, prima che in Italia si verifichi un caso
simile a quello canadese ci vorrà molto tempo, ma il concetto che sta
alla base è semplice: le FC devono investire in modo da avere ritorni
che permettano di perseguire lo sviluppo della comunità. Oggi
indubbiamente viviamo un momento complicato dal punto di vista
economico, ma necessariamente le FC devono investire in attività
redditizie che permettano, almeno, di coprire inflazione, costi e tasse,
e di generare una disponibilità di erogazione di almeno il 3% del
patrimonio investito, il che vuol dire una redditività annuale di almeno
il 7%. Per avere tale redditività bisogna pensare ad una strategia di
investimento di un certo tipo, sennò a tale obiettivo non ci si arriva.
In Italia questi passaggi sono complicati, e se uno guarda alla
redditività degli investimenti delle fondazioni italiane noterà che
questa è molto più bassa di quelle di altri Paesi europei. Questo è
dovuto sicuramente a fattori culturali propri del nostro Paese, ad un
approccio molto formalista e poco incisivo che punta a non rischiare mai
e arrivare alla fine dell’anno col bilancio che non sia mai in perdita,
mentre un investimento di lungo presuppone una volatilità e quindi la
possibilità di avere delle perdite nel breve periodo. E’ uno dei settori
in cui serve ancora molto lavoro.
Dal punto di vista della
distribuzione sul territorio si nota una forte presenza delle fondazioni
nel Nord del Paese, mentre al Sud ce ne sono molto poche. Come mai?
Nel Sud del Paese la Fondazione con il Sud
ha stanziato molte risorse per favorire la diffusione delle FC anche
nel Meridione, dove attualmente sono presenti solo due fondazioni.
Questa è una cosa buona, ma non basta fornire risorse finanziare per
sviluppare strutture come le FC. Creare una FC è molto complicato e non
basta avere le risorse economiche per farne nascere una: servono
soggetti disposti a investire tempo ed energie. In Lombardia dal 1999 al
2003 si sono costituite 12 fondazioni perché non c’erano a disposizione
solo soldi, ma anche strutture e persone che lavoravano a tempo pieno
su questi progetti. Sicuramente senza queste risorse non-economiche le
FC in Lombardia non sarebbero cresciute così velocemente. Non è
fattibile, soprattutto in una realtà molto complessa come il
mezzogiorno, pensare di potersi limitare alla fornitura di denaro per
ottenere dei risultati. Esiste quindi una mancanza di competenze
prettamente tecniche. La macchina, essendo molto complessa, non può
avviarsi solo attraverso erogazioni finanziarie, ma necessita di
specifiche conoscenze in materia. Prendiamo in considerazione la
contabilità di una FC: è un aspetto talmente complesso che non basta
neppure la partita doppia, ma serve una “doppia partita doppia”. Senza
qualcuno in grado di supportare lo sviluppo di questi aspetti è
difficile giungere a dei risultati apprezzabili: senza un personale
qualificato la fondazione non può andare molto lontana. Pensare di
sviluppare il settore solo attraverso risorse monetarie è pertanto
insufficiente, serve una continua assistenza e questo non sempre è stato
percepito come un punto centrale.
E per quanto riguarda il Nord?
Al Nord sono presenti un maggior numero di FC, in primo luogo le 15
sviluppatesi grazie alla Fondazione Cariplo. Il progetto promosso dalla
Cariplo ha mostrato alcuni limiti, come ad esempio il fatto che in
alcuni casi le FC si sono ridotte ad essere referenti territoriali della
Fondazione Cariplo, ma è comunque un’iniziativa ben avviata e presente
in tutta la Lombardia. Abbiamo poi le FC collegate alla Fondazione di Venezia, che
tuttavia danno l’impressione di concepirsi come uffici territoriali
della stessa. poichè non è stato fatto un lavoro volto a svincolarle
maggiormente dalla casa madre. C’è poi la Fondazione della Valle D’Aosta,
che a causa dell’esigiutà del territorio e della forte presenza della
pubblica amministrazione si sta sviluppando con una certa lentezza, e le
due fondazioni liguri, nate a Imperia e Savona. Interessante è il caso della Fondazione della Comunità Veronese,
nata circa un anno fa, che risulta essere l’unica non legata a una
grande fondazione di origine bancaria. E’ molto giovane e la sua forza
economica, per ora, è ridotta, ma pare sia riuscita ad avviarsi
positivamente e sta iniziando a fare delle buone cose sul territorio.
C’è poi la Fondazione Mirafiori,
la cui attività tuttavia si è incentrata sulla gestione del Parco
Colonnetti e che per questa ragione si è poco sviluppata in altri
ambiti. Questo perché la gestione diretta di un progetto impedisce ad
una FC di concentrarsi principalmente sui donatori e sulle erogazioni e,
avendo i progetti scadenza precise, tende a fagocitare le risorse e le
energie della fondazione stessa. La fondazione in questo caso rischia di
limitare fortemente il suo ruolo di intermediario filantropico,
diventando sempre più gestore di un’iniziativa specifica e di
confondersi con le altre nonprofit. Ci sono poi un po’ di fondazioni
fatte da enti pubblici, soprattutto nel Nord-Est, di cui tuttavia non
saprei dire il livello di sviluppo attuale. Solo negli ultimi anni,
comunque, si è registrato un aumento d’interesse per le FC che ha
favorito l’emergere di gruppi promotori in varie zone del Paese. Lo
sviluppo che si poteva sperare non c’è stato anche perché le fondazioni
d’origine bancaria che potevano svolgere un ruolo strategico nel
promuovere l’idea hanno a lungo percipito le FC solo come referenti
territoriali della Fondazione Cariplo e quindi poco interessanti per
enti che operano su un territorio molto più ristretto.
Quindi da un lato Cariplo è stata la promotrice dei progetti…
Se non ci fosse stata Cariplo sicuramente non ci sarebbero le fondazioni di comunità in Italia.
… però dall’altro tutti
coloro i quali sono esterni a Cariplo hanno una sorta di timore
nell’affrontare il tema delle fondazioni di comunità. E’ corretto?
Si tende a pensare che la fondazione di comunità sia un soggetto
delegato dalla Fondazione Cariplo alla gestione del territorio, o al più
si ritiene che le fondazioni di comunità possano sorgere solo con la
presenza di una grande fondazione di origine bancaria alle spalle.
Ma, oltre al caso di
Verona di cui abbiamo parlato precedentemente, esistono altre realtà
prive del sostegno di una fondazione bancaria?
Effettivamente l’unica che è partita senza nessun sostegno è la
fondazione veronese. Anche la fondazione di Savona era partita in
maniera simile, ma ora ha rapporti con la Compagnia di San Paolo. Si, solo la fondazione veronese attualmente non ha il sostegno diretto di una grande fondazione bancaria.
Una fondazione di comunità
che non si affida a una fondazione bancaria ha secondo lei la
possibilità di strutturarsi sul territorio?
Per ora la fondazione di Verona dimostra che è possibile. E’ chiaro
che, data la complessità che sta dietro la creazione di una fondazione
di comunità, sono ancora più necessarie persone decise e convinte del
progetto.
Le altre fondazioni bancarie come si comportano di fronte al tema delle fondazioni di comunità?
La maggior parte, soprattutto quelle di piccole di dimensioni, non
prendono seriamente in considerazione l’ipotesi perché, come detto, le
vedono come distaccamenti territoriali di Cariplo e quindi pensano che
la promozione di una simile infrastruttura abbia senso solo se si deve
gestire un territorio molto esteso. In pratica si concentrano solo sul
primo aspetto che ha spinto la Cariplo a dar vita al progetto e non
considerano il secondo, ossia la capacità di catalizzare donazioni nel
territorio. Questa percezione tuttavia sta progressivamente cambiando.
Secondo lei la fondazione di comunità è uno strumento che potrebbe essere ampliamente implementato in Italia?
Ne sono assolutamente certo. E sono sicuro che se una fondazione
bancaria medio-piccola superasse le proprie remore nel costituire una
FC, decidesse di investire in questo ambito avrebbe tali e importanti
successi che sarebbe presto seguita dalle altre. Sono diversi i
presidenti di fondazioni bancarie che, dopo aver spiegato loro cosa
effettivamente le FC fanno, mi hanno confessato che hanno dovuto
cambiare radicalmente l’idea che si erano precedentemente fatti circa il
loro ruolo e funzione. Dall’altro lato iniziano a esserci sempre più
richieste provenienti proprio dalle comunità, sia sotto forma di
richieste istituzionali che dalle associazioni. Indubbiamente c’è quindi
un interesse che bisognerebbe in qualche modo assecondare. A questo
proposito è stato recentemente creato, con l’idea che possa fungere da
“incubatore” delle future FC, il Comitato per il Dono, di cui è
presidente Zamagni. Potremmo considerare questo soggetto come una sorta
di fondazione di comunità a livello nazionale. Il Comitato dovrebbe
favorire la nascita di FC laddove ancora non esistono, creando fondi
appositi che permettano l’avvio del progetto e l’indispensabile supporto
tecnico che come detto è necessario affinchè una FC si sviluppi
correttamente. Inoltre, mentre le FC si formano e agiscono su un
territorio specifico, il Comitato opera invece su tutto il territorio
nazionale con l’idea primaria di poter assistere quei donatori che hanno
esigenze non geograficamente limitate, o che hanno necessità di operare
a cavallo di due territori coperti da due fondazioni distinte. Se per
esempio un soggetto volesse attivare un progetto riguardante i territori
che si affacciano sul lago di Como oggi dovrebbe rivolgersi sia alla
Fondazione della provincia di Lecco sia alla Fondazione Provinciale
della Comunità Comasca, raddoppiando ovviamente gli sforzi per mantenere
contatti con entrambe. Il Comitato potrebbe permettere di superare
queste limitazioni e attivare misure in grado di coinvolgere due o più
fondazioni nello sviluppo del medesimo progetto.
Secondo lei le fondazioni
in generale (fondazioni di impresa, fondazioni bancarie, fondazioni
universitarie, etc.) possono svolgere un ruolo importante per il nostro
Paese?
Credo
che il punto sia questo: le risorse che questi enti possono mobilitare
in realtà sono, rispetto sia alle risorse pubbliche che a quelle
private, molto marginali Se noi guardiamo agli Stati Uniti, che hanno un
settore filantropico notevolmente più sviluppato del nostro, le
donazioni provenienti dalle fondazioni sono meno del 15% del totale. E’
pertanto sbagliato, soprattutto in relazione alla situazione italiana,
pensare che le fondazioni potrebbero in qualche modo sostituirsi al
settore pubblico o al contributo diretto dei privati. I soldi erogati
dalle fondazioni sono però soldi interessanti, perché possono essere
utilizzati per investimenti strategici. Quali sono questi investimenti?
Assifero ha individuato sei modalità strategiche con cui investire tali
risorse, e che potrebbero contribuire positivamente allo sviluppo di una
società più solidale. Tali modalità sono: intervento in caso di
emergenza, sperimentazione di soluzioni innovative, mobilitazione
risorse aggiuntive, sensibilizzazione ed advocacy, sviluppo degli enti
non profit e promozione del’impatto collettivo. Le fondazioni,
ribadisco, devono comunque mantenere un ruolo ancillare, e non possono
essere considerate leader di questo cambiamento sociale. Questo per due
ragioni: non hanno la legittimazione per farlo, se lo facessero sarebbe
una forma di plutocrazia, e non hanno le conoscenze per imporre un reale
cambiamento. Mi spiego meglio: le fondazioni non sono “in prima linea”,
non hanno la piena coscienza della realtà sociale e rischiano,
pertanto, di farsi delle visioni astratte delle soluzioni senza poi
riuscire a cambiare in meglio le cose. Il ruolo delle fondazioni è
quello di facilitatore, non di risolutore. Il cambiamento dovrebbe
essere guidato dalla politica, che però in questo momento non si sta
rivelando all’altezza del compito, e dalla società civile e in
particolare dagli enti non profit, i quali tuttavia sono concentrati
principalmente sulla loro attività e sono carenti sotto questo punto di
vista. Quello che secondo me bisogna fare è aiutare gli enti non profit a
stabilire delle visioni condivise su cui poi lavorare. In questo caso
le fondazioni possono essere quei soggetti in grado di mettere i diversi
attori del non profit intorno ad un tavolo, che possono fornire risorse
che nessun altro sarebbe in grado di mettere, che possono costringere
gli enti ad avere un approccio critico nei confronti dei loro limiti
stimolandoli a migliorare. E’ infatti sempre possibile che le
organizzazioni non profit perdano di vista il loro reale obiettivo e
diventino succubi delle logiche produttivistiche siano esse pubbliche o
di mercato. Le fondazioni potrebbero contribuire a mantenere alta
l’attenzione delle organizzazioni, aiutandole a porre al centro della
propria attività il tipo di cultura di cui sono portatrici piuttosto che
la gamma di servizi offerti. Le organizzazioni non proft offrono una
visione che permette alle persone di manifestare una dimensione, quella
della generosità, della relazione sociale, della solidarietà, che il
pubblico e il mondo profit non sono in grado di stimolare e che, invece,
il privato sociale può continuare a generare a condizione di non
abbassarsi alla logica della produttività. Il nostro compito come enti
di erogazione è quello di favorire e mantenere viva questa
consapevolezza, spingendo il privato sociale a comprendere sempre meglio
quale sia la sua missione e, in seconda istanza, aiutarli a realizzarla
con gli strumenti che possiamo offrire.
Etichette:
ASSIFERO,
EROGAZIONI,
FILANTROPIA,
FONDAZIONE
11 giu 2012
Un esempio da seguire: la costituzione di un fondo d'erogazione
I fondi d'erogazione sono un importante mezzo messo a disposizione dalle
Fondazioni di comunità come la Fondazione Clodiense. Questa fondazione
ha già tre fondi attivi ed operativi con i quali è riuscita a realizzare importanti iniziative!!!
Un importante esempio è il seguente...
DAL GESTO ANONIMO DI UN BENEFATTORE NASCE IL FONDO PER BAMBINI E ADOLESCENTI
Una donazione di 20mila euro ne ha permesso la creazione presso la Fondazione comunitaria della Valle d'Aosta Onlus. Saranno sostenute e cofinanziate attività di solidarietà sociale, beneficenza e pubblica utilità
La Fondazione comunitaria apre un fondo privato per bambini e adolescenti
Aosta - L'iniziativa è partita grazie ad una generosa donazione di 20mila euro. Questo nuovo fondo si affianca a quelli, patrimoniali e memoriali, già esistenti e istituiti presso la Fondazione e riportati sul sito www.fondazionevda.it
Ha chiesto di rimanere l'anonimato il benefattore che nei giorni scorsi ha versato 20mila euro alla Fondazione comunitaria della Valle d’Aosta. Grazie a questa donazione l'Ente è riuscito ad aprire un fondo privato con cui saranno sostenute e cofinanziate attività, realizzate in Valle d’Aosta, di solidarietà sociale, beneficenza e pubblica utilità rivolte, in particolare, ai bambini e agli adolescenti.
Il Fondo potrà ricevere donazioni da chiunque, persona fisica o giuridica, fondazione, associazione riconosciuta e non riconosciuta che ne condivida le finalità.
“Questa come le altre donazioni – sostiene Marco Saivetto, vicepresidente della Fondazione comunitaria della Valle d’Aosta – sono testimonianze importanti di come dare concretezza, anche nella comunità valdostana, ai valori del dono e della solidarietà. Per la Fondazione sono segnali importanti dell’autorevolezza e della fiducia che si è conquistata, dopo 4 anni di lavoro, non solo sul fronte istituzionale, ma anche da parte dei privati e della popolazione in generale”.
Questo nuovo fondo si affianca a quelli, patrimoniali e memoriali, già esistenti e istituiti presso la Fondazione e riportati sul sito www.fondazionevda.it
Fonte: Aostasera - Redazione
Una donazione di 20mila euro ne ha permesso la creazione presso la Fondazione comunitaria della Valle d'Aosta Onlus. Saranno sostenute e cofinanziate attività di solidarietà sociale, beneficenza e pubblica utilità
La Fondazione comunitaria apre un fondo privato per bambini e adolescenti
Aosta - L'iniziativa è partita grazie ad una generosa donazione di 20mila euro. Questo nuovo fondo si affianca a quelli, patrimoniali e memoriali, già esistenti e istituiti presso la Fondazione e riportati sul sito www.fondazionevda.it
Ha chiesto di rimanere l'anonimato il benefattore che nei giorni scorsi ha versato 20mila euro alla Fondazione comunitaria della Valle d’Aosta. Grazie a questa donazione l'Ente è riuscito ad aprire un fondo privato con cui saranno sostenute e cofinanziate attività, realizzate in Valle d’Aosta, di solidarietà sociale, beneficenza e pubblica utilità rivolte, in particolare, ai bambini e agli adolescenti.
Il Fondo potrà ricevere donazioni da chiunque, persona fisica o giuridica, fondazione, associazione riconosciuta e non riconosciuta che ne condivida le finalità.
“Questa come le altre donazioni – sostiene Marco Saivetto, vicepresidente della Fondazione comunitaria della Valle d’Aosta – sono testimonianze importanti di come dare concretezza, anche nella comunità valdostana, ai valori del dono e della solidarietà. Per la Fondazione sono segnali importanti dell’autorevolezza e della fiducia che si è conquistata, dopo 4 anni di lavoro, non solo sul fronte istituzionale, ma anche da parte dei privati e della popolazione in generale”.
Questo nuovo fondo si affianca a quelli, patrimoniali e memoriali, già esistenti e istituiti presso la Fondazione e riportati sul sito www.fondazionevda.it
Fonte: Aostasera - Redazione
Etichette:
ASSIFERO,
EROGAZIONI,
FONDI SPECIFICI
1 mag 2012
VIDEO: il dott. Casadei spiega le Fondazioni Erogative
Lezione tenuta il 24 aprile presso l'università IULM sulle fondazioni e
gli enti d'erogazione ed in particolare sulle fondazioni di comunità
Prima di approfondire le tematice legate alle fondazioni di comunità, è stata illustrata l'eterogeneità, i limiti, lestrategie e i criteri che guidano l'operato degli enti d'erogazione nel nostro Paese.
Prima di approfondire le tematice legate alle fondazioni di comunità, è stata illustrata l'eterogeneità, i limiti, lestrategie e i criteri che guidano l'operato degli enti d'erogazione nel nostro Paese.
Etichette:
ASSIFERO,
FONDAZIONE
12 feb 2012
Cos'è la filantropia comunitaria
Ribadire cosa s'intenda con filantropia comunitaria, ossia cosa sia la Fondazione della Comunità Clodiense, può essere utile.
Sul sito di ASSIFERO è ben spiegato; in sostanza...
...la Fondazione della Comunità Clodiense promuove la cultura del dono aiutando i singoli a contribuire al benessere di una particolare comunità locale.
Permette di partecipare alla definizione e realizzazione del bene comune senza per questo doversi impegnare in un movimento politico.
E' un ente non profit il cui fine è quello di migliorare la qualità della vita delle comunità di Chioggia,
Cavarzere e Cona.
La Fondazione Clodiense non cerca soldi per una causa da sè individuata, ma aiuta tutti coloro che sono attivi in una determinata comunità: cittadini, imprese, enti pubblici e privati, a dare il proprio contributo per la realizzazione dei loro valori e ideali, nella consapevolezza di come donare sia un'attività che presuppone delle competenze che vanno al di là della sola buona volontà.
La Fondazione Clodiense infatti:
Sul sito di ASSIFERO è ben spiegato; in sostanza...
...la Fondazione della Comunità Clodiense promuove la cultura del dono aiutando i singoli a contribuire al benessere di una particolare comunità locale.
Permette di partecipare alla definizione e realizzazione del bene comune senza per questo doversi impegnare in un movimento politico.
E' un ente non profit il cui fine è quello di migliorare la qualità della vita delle comunità di Chioggia,
Cavarzere e Cona.La Fondazione Clodiense non cerca soldi per una causa da sè individuata, ma aiuta tutti coloro che sono attivi in una determinata comunità: cittadini, imprese, enti pubblici e privati, a dare il proprio contributo per la realizzazione dei loro valori e ideali, nella consapevolezza di come donare sia un'attività che presuppone delle competenze che vanno al di là della sola buona volontà.
La Fondazione Clodiense infatti:
- si accolla tutti gli oneri burocratici e amministrativi collegati alla donazione;
- aiuta i donatori a massimizzare i benefici fiscali;
- aiuta i donatori a massimizzare i benefici in termini di immagine o garantiscono loro il più totale anonimato;
- gestisce i rapporti fra i donatori e le organizzazioni che perseguono finalità d’utilità sociale;
- individua gli investimenti sociali più interessanti e che meglio rispondono alle esigenze e alle sensibilità dei diversi donatori;
- informa i donatori circa i bisogni e le potenzialità del territorio;
- garantisce circa l’uso delle somme donate;
- rendiconta quanto è stato realizzato;
- crea le condizioni affinché più soggetti finanziatori possano collaborare fra di loro anche organizzando momenti di confronto in cui i singoli donatori possono scambiarsi le loro esperienze ed eventualmente dar vita a progetti comuni;
- offre la possibilità di costituire fondi patrimoniali per il perseguimento nel tempo di specifiche finalità;
- costituisce e gestisce fondi patrimoniali che possano garantire la sostenibilità nel tempo di specifiche organizzazioni o progetti;
- aiuta gli enti erogatori a meglio gestire i rapporti con i singoli territori, aumentando la trasparenza dei finanziamenti e promuovendo campagne di raccolta con cui integrare le loro risorse;
- offre a tutti l’opportunità di donare secondo le proprie disponibilità, i propri interessi e le proprie sensibilità.
Etichette:
ASSIFERO,
FILANTROPIA,
FONDAZIONE
9 mar 2011
Il convegno di Assifero in diretta TV
A partire dalle 10:30 la webtv di Montecitorio (http://webtv.camera.it) trasmetterà in diretta il convegno che Assifero ha organizzato in collaborazione con l'Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà su “Risorse private per il terzo settore”.
Il convegno, che sarà aperto dal vice Presidente della Camera Maurizio Lupi, verrà introdotto da Felice Scalvini, Presidente di Assifero, l’associazione italiana fondazioni ed enti d’erogazione i cui 60 soci hanno erogato nel 2010 circa 100 milioni di euro a sostegno di progetti d’utilità sociale e che in questi ultimi anni sta diventano il punto di riferimento della filantropia istituzionale nel nostro Paese.
La relazione principale sarà tenuta da Dame Suzi Leather, Presidente della Charity Commission dell’Inghilterra e del Galles, da molti considerato il modello a cui ispirarsi per costituire anche in Italia un’authority del terzo settore. Il suo intervento verterà sul ruolo che la Charity Commission nel garantire la crescita del privato sociale, anche attraverso forme di collaborazione con gli stessi enti non profit. In particolare verrà citato l’esempio delle community foundations, le fondazioni di comunità che si stanno sviluppando con notevole successo anche nel nostro Paese e che nel Regno Unito si sono rivelate un importante strumento per promuovere le donazioni per finalità d’utilità sociale. Per perseguire con sempre maggior efficacia questo obiettivo, la loro associazione di categoria, il Community Foundation Network, in collaborazione proprio con la Charity Commission ha sviluppato dei veri e propri standard di settore che devono essere certificati da un valutatore esterno. È questo un esempio forse replicabile anche nel nostro Paese in cui organismi di controllo e associazioni di categoria collaborano per creare le condizioni necessarie allo sviluppo di quella fiducia senza la quale è illusorio pensare di poter catalizzare risorse private per finalità d’utilità sociale.
Queste riflessioni saranno alla base di un dibattito che coinvolgerà Giampaolo Gualaccini, Coordinatore Osservatorio dell’Economia Sociale del CNEL, Aldo Polito, Direttore Servizi ai Contribuenti Agenzia delle Entrate, gli onorevoli Luigi Bobba, Ugo Sposetti e Gabriele Toccafondi, il Sottosegretario del Ministero dell’Economia e delle Finanze Luigi Casero eil Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Maurizio Sacconi.
I lavori proseguiranno venerdì 11 marzo, alle ore 9.15 presso il Centro Congressi Enel (Viale Regina Margherita, 125) con il convegno pubblico “Oltre i progetti: responsabilità, potenzialità e strategie della filantropia istituzionale per lo sviluppo del Paese” che sarà coordinato da Stefano Folli del Sole 24 Ore. Oltre alla presentazione di alcuni esempi concreti di come gli enti d’erogazione si sono rivelati catalizzatori di energie e risorse, il convegno prevede le relazioni di Pellegrino Capaldo, Presidente della Fondazione Talenti (“Filantropia istituzionale: forma di una moderna responsabilità civile”) e di Giuseppe De Rita, Presidente della Fondazione Censis (“Promuovere sviluppo, intessere socialità: una sfida possibile?”).
Etichette:
APPUNTAMENTI,
ASSIFERO,
associazioni,
CONVEGNI,
CURIOSITà,
EROGAZIONI,
EVENTI,
FILANTROPIA,
FONDAZIONE,
ONLUS,
RASSEGNA STAMPA
12 dic 2010
Filantropia di comunità in crescita: Italia terza dietro i colossi USA e Canada

Cos'è la Fondazione della Comunità Clodiense? Lo spiega anche
Articolo da La Repubblica 08/12/2010
"In espansione il fenomeno delle organizzazioni che raccolgono fondi tra soggetti pubblici e privati per reinvestirli in progetti a favore del proprio territorio. Le iniziative sostenute vanno dalla solidarietà all'arte, dalla cultura all'ambiente . Nel nostro paese erogazioni per 25 milioni."
Articolo da La Repubblica 08/12/2010
"In espansione il fenomeno delle organizzazioni che raccolgono fondi tra soggetti pubblici e privati per reinvestirli in progetti a favore del proprio territorio. Le iniziative sostenute vanno dalla solidarietà all'arte, dalla cultura all'ambiente . Nel nostro paese erogazioni per 25 milioni."
Etichette:
ASSIFERO,
CURIOSITà,
FILANTROPIA,
FONDAZIONE,
RASSEGNA STAMPA
Iscriviti a:
Post (Atom)


